di Luca Marrone
Modena. “Grande soddisfazione” del fratello e della madre di Alice Neri per la decisione della Cassazione che ha respinto la richiesta di scarcerazione di Mohamed Gaaloul, il 29enne tunisino principale sospettato del delitto di Alice Neri, avvenuto il 18 novembre 2022.
“L’organo giudiziario di maggior rilevanza in Italia, e le cui decisioni non sono sottoposte ad impugnazione”, è il commento dell’avvocato Cosimo Zaccaria, legale della famiglia della vittima, “ha affermato e confermato l’esistenza di gravi indizi di colpevolezza per Gaaloul nell’uccisione di Alice Neri. Un delitto terribile che ha portato a carbonizzare il corpo. Con ogni probabilità sono stati evidenziati elementi fondamentali, già indicati all’interno dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Modena, poi confermata dal tribunale di Bologna ed infine riconfermata dalla corte di Appello.”
Il legale ha evidenziato cinque aspetti della vicenda a suo avviso idonei ad avallare il corso che l’indagine sta seguendo. “Innanzitutto, ricordo che con chiarezza già nell’ordinanza di custodia cautelare, e poi via via negli atti del procedimento, era emerso che Gaaloul fosse stato visto alle 8 del mattino del giorno in cui è stata uccisa Alice con i pantaloni sporchi di macchie scure. Due: sul luogo in cui è avvenuto l’omicidio e in cui è stato ritrovato il corpo, vi era la presenza di una tanica contenente olio esausto che è stato, come emerso successivamente, usato come combustibile per bruciare Alice. Tre: il posto era isolato, lontano da tutto e tutti, perfettamente conosciuto da Gaaloul che vi si recava in compagnia di altre donne e anche per fare delle ‘grigliate’ con gli amici. Quattro: sul borsello di Gaaloul sono state rinvenute macchie proprio di olio esausto nella parte interna. Cinque: pochi giorni dopo la morte di Alice, Gaaloul si è allontanato dall’Italia recandosi in tre Stati”. Dunque, Zaccaria ribadisce la massima soddisfazione per la decisione della Suprema Corte: “Tre organi di giustizia, da quello più semplice e locale, a quello di massima considerazione come la Cassazione, hanno espresso giudizi univoci di responsabilità.” E conclude rimarcando che “a tanti mesi dal delitto ancora non si è sentita una frase a discolpa del signor Gaaloul.”
Da parte sua, l’avvocato Roberto Ghini, che difende Gaaloul, rimarca la presenza di “errori” durante le indagini, che ritiene ancora aperte. Lo dichiara al Resto del Carlino: “Gli incidenti probatori hanno, se possibile, ulteriormente reso evidente come si sia molto lontani dall’accertamento della verità dei fatti.” “La decisione della Suprema corte”, spiega, “nasce già vecchia, nel senso che si fonda esclusivamente sugli atti utilizzati dal gip e dal tribunale del Riesame. Ma ci sono una infinità di elementi nuovi che sono emersi successivamente e che la Cassazione non ha potuto valutare.”
E così riassume gli interrogativi cui è ancora necessario rispondere per chiarire la vicenda e le sue dinamiche: “Non sappiamo che cosa ha provocato il decesso di Alice Neri, ancora non sappiamo il movente che avrebbe dovuto portare qualcuno a ucciderla, non conosciamo le dinamiche e le origini del rogo dell’autovettura (di certo non è stata bruciata utilizzando l’olio come accelerante ma – forse – una miscela olio-benzina poiché l’olio non prende fuoco facilmente.”
“Inoltre”, continua, “rimangono dubbi sul Dna trovato sul reggiseno (per la nostra consulente, Baldi [la genetista Marina Baldi, ndr] e per il perito, c’è una traccia mista riferibile in parte alla vittima e in parte a una persona sconosciuta) e non risultano essere stati svolti accertamenti approfonditi sul traffico telefonico e Internet (o almeno non sono noti).” Per Ghini, dunque, “continuano a darsi per accertati certi elementi (l’utilizzo dell’olio, la fuga dall’Italia) che in realtà risultano in buona parte smentiti dai fatti accertati.”
Ritiene, il legale, che vi siano piste investigative non ancora percorse: “Le indagini sono state – almeno per quello che emerge dagli atti – assolutamente a senso unico. Sono stati commessi molti errori nella fase iniziale, basti pensare al sopralluogo effettuato con modalità assolutamente errate, alle numerose telecamere non esaminate, alla mancata esecuzione di accertamenti tecnici che – col tempo – rischiano di non poter dare più risposte precise. Già il fatto che ci sia Dna degli inquirenti sul reggiseno della signora Neri e che si vada, a distanza di 8 mesi, a scandagliare due laghetti alla ricerca di un cellulare dà il segno degli errori commessi.”