Il nuovo disco di Adriano Tarullo si intitola “Storie di presunta normalità”. In rete il video di lancio “Cenere di stelle”
Ero combattuto se usare nel titolo la parola “sincera” o “pulita”. Alla fine entrambe le ho ritrovate spesso utilizzate nella critica che ha ricevuto questo disco a spasso per la rete. Si intitola “Storie di presunta normalità” e dentro non ci troviamo il ferro delle distorsioni cantautorali alla indie-maniera dove magari importa poco suonare e ancor meno essere intonati, non ci troviamo le canzoni sussurrate nelle polvere alla Brunori-maniera che poi alla fine tutto sembra un clone di Fabi. Insomma: non ci troviamo niente…che non sia normale. E quanto manca un po’ a tutti la normalità? Sono canzoni pulite, semplici, personali e sicuramente sincere. Sincere di verità di vita vissuta anche se dal piccolo di un paesino di montagna, sono melodie canoniche che cercano il bello nel modo di essere suonate e scritte. Alla fine poi il gusto del popolo pagante vota e celebra queste nuove tendenze e come lo stesso Tarullo ha detto in più di una intervista, a guardar bene anche quelle “novità” sono presunte e sostanzialmente non originali…perchè dietro c’è soltanto la grande scuola della canzone leggera italiana e in molti casi la scuola è quella americana del blues e del folk. Se il suo nome fosse Ivano Fossati (tanto per dirne una), probabilmente oggi questo disco riempirebbe i teatri e sarebbe celebrato dai critici. Siamo italiani anche per questo. In rete il bellissimo video di animazione del singolo “Cenere di stelle”.
In questo disco ci trovo anche l’Irlanda, l’Africa, il blues del cotone e quel paesaggio fatto di suoni dolci. Quindi è anche questo per te la canzone d’autore italiana…
Io penso che la canzone, quando viene definita d’autore, presuppone una rilevanza nel testo e nelle storie contenute nelle canzoni, a prescindere dagli arrangiamenti musicali, cerco di raccontare delle vicende prettamente italiane, nello specifico della provincia abruzzese. Per l’aspetto musicale, risento molto delle influenze dovute ai vari ascolti di musicisti che si sono espressi nei vari generi. Mi piace molto mescolare le varie componenti: considera che nei miei precedenti album ho coniugato il dialetto della mia terra con il folk-rock e il blues. Se consideriamo che i maggiori cantautori italiani hanno avuto nei loro riferimenti cantautori francesi o americani, attingendo dalla loro musica, allora non mi sento di essere molto lontano dal loro processo creativo.
La tua evoluzione come cantautore e come musicista: da “Anche io voglio la mia auto blues” a quest’ultimo “Storie di presunta normalità”. Dove la rintracci e come ce la racconti?
Sono due album distinti. Non parlerei di evoluzione ma di intento diverso. “Anch’io voglio la mia auto blues” è un album in cui ci sono anche delle rivisitazioni di brani tradizionali abruzzesi e dove metto in risalto l’aspetto musicale. In “Storie di presunta normalità” è un disco completamente in italiano in cui cerco di mettere i panni del cantautore classico, raccontando storie quotidiane abbandonando l’approccio musicale folk e blues, dando più risalto alla forma canzone. Diciamo che, in quest’ultimo, ha prevalso la figura del cantautore che, ovviamente, non smette mai di suonare la chitarra.
Beh allora va da se chiederti: che cos’è per te la normalità dato che le storie di cui parli hanno una presunta normalità? Qual è il tuo significato di verità insomma?
La verità rimane sempre una visione soggettiva ma più trascuriamo le molteplici sfaccettature di un avvenimento e più ci allontaniamo dalla realtà. Se ci limitiamo a una visione superflua del quotidiano diamo per scontate alcune dinamiche sociali, considerandole del tutto normali ma proprio dietro una mancata presa di coscienza si evolvono dei drammi, delle patologie che tutto dovrebbero essere meno che considerate ordinarie. Io provo a scovare ciò che stride nei meccanismi della quotidianità raccontandole nelle storie delle mie canzoni.


