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di  Chiara Cristina Lattanzio

Il Gip di Teramo, Maria Tommolini, ha ricostruito in una sentenza di 67 pagine ciò che accadde il 18 aprile 2011.
L’omicidio è scaturito dal senso di “enorme frustrazione vissuta da Parolisi nell’ambito di un rapporto divenuto impari per la figura ormai dominante di Melania” sfociato in un raptus per un rapporto sessuale negato.
Quella mattina Salvatore, Melania e la figlia, si recarono a Colle San Marco, ma “Melania non gradendo la scarsa igiene delle altalene dei piccoli e trovando il gioco sull’altalena dei grandi pericoloso per la figlia, ha proposto di lasciare il pianoro e di andare al chiosco della pineta (a Ripe di Civitella, ndr), curiosa di conoscere i luoghi ove si addestrava il marito e in cui era già stata, dovendo però desistere per la neve”.
Una volta arrivati, intorno alle ore 15:00, la bambina dormiva e la coppia scese dalla macchina. Parolisi indossò il pantalone e casacca militari “munendosi di un coltello a serramanico forse per cercare un albero della cuccagna da portare alla suocera o forse per tagliare un qualcosa da mangiare che Melania aveva portato per la merenda della bambina, senza poter escludere che avesse anche le scarpe ed i guanti militari”.
Melania si spostò dietro al chiosco della pineta per urinare e fu allora che Parolisi, eccitandosi alla vista della moglie seminuda, si avvicinò con l’intenzione di avere un rapporto sessuale. Rapporto rifiutato da Melania sia per il problema dell’ernia, sia per il fatto della presenza in auto della figlia.
All’ennesimo umiliazione Parolisi reagì in raptus di follia sferrando 35 coltellate col coltello che aveva in tasca.
Il caporalmaggiore dell’Esercito è stato giudicato con rito abbreviato e condannato al massimo della pena, con isolamento diurno a causa del suo comportamento “subdolo e violento”, del suo mancato ravvedimento e dell’atteggiamento tenuto in aula.
Si legge, infatti, nella sentenza: “non connota l’incensuratezza come condizione sufficiente per la concessione delle attenuanti generiche e il Parolisi non sembra abbia mostrato alcun segno di resipiscenza anzi. Nel corso del processo ha assistito in disparte e silente (anche sotto il profilo dei normali saluti, quali un “buongiorno” o un “buonasera” che normalmente si pronunciano a chi entra o esce da un’aula di giustizia) ed è intervenuto in un’unica occasione, quando stante l’esigenza manifestante dal giudicante di acquisire i sui orologi, ha indicato quello rimasto nell’abitazione della suocera, scoprendosi che da detta abitazione l’orologio in questione non è mai stato postato, e, di conseguenza, non poteva essere indossato al polso il giorno del delitto”. “Ennesimo tentativo – prosegue il gup – di inquinamento probatorio, ‘spacciato’, invece, come collaborazione di chi sa di non dover nascondere nulla”. E “anche l’improvviso attaccamento alla figlia desta più di un sospetto di autenticità”. “Evidentemente, nel ruolo che il prevenuto sta recitando, la piccola (che potrebbe peraltro aver assistito a tutto o a parte dell’omicidio, per cui è l’unico potenziale teste oculare) gli è utile per fornire l’immagine del padre premuroso (pur essendo rimasto assente, per non ben spiegate ragioni, persino quando è nata)”. Inoltre “«Parolisi ha mostrato un lato della propria personalità particolarmente violento e subdolo, per cui si reputa necessaria, oltre all’applicazione delle pene accessorie anche la libertà vigilata, per un periodo che stimasi congruo determinare in anni due stante la pericolosità sociale che nel caso in esame, tenuto conto delle modalità dell’azione criminosa, appare sussistere”.
“Nel tentativo di allontanare i sospetti”, Parolisi “ha fornito, con proprie dichiarazioni e interviste televisive, una mole di menzogne che, inconsapevolmente, hanno costituito una sorta di confessione”.
Quindi nessun’altra donna è causa del suo gesto, ma un rifiuto di Melania.

Redazione

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