di Francesca Papagni
Esordi e biografia: Giovane e promettente talento sangiovannese, la pianista Beatrice Vergura, inizia lo studio del pianoforte con Nicoletta Miscio; ad ogni modo, sin dall’infanzia, brilla – fra le sue tante doti – l’amore ricercato per l’arte e per la musica. E come il materializzarsi di un’esplosione astrale, fra passione e idillio musicale, il tempo intercorso fra sogno e realizzazione sarà breve, tant’è che che all’età di quindici anni si ritroverà a far parte della classe del M°Tatjana Vratonic, presso il Conservatorio “Umberto Giordano” di Foggia.
Nel corso degli anni ha frequentato seminari e masterclass con maestri di fama internazionale, fra i quali Edith Murano, Alexander Lonquich, Anne Oland, Oxana Yablonskaya, Marcella Crudeli, Alessandro Drago, e tenuto recital pianistici in occasione di mostre d’arte, concerti presso la BCC di Foggia, l’Osservatorio Astronomico Collurania “Vincenzo Cerulli” di Teramo, nell’ambito dei seminari “Julia Jazz” e “San Gemini Academy”.
Nel 2015 ha conseguito, dopo una brillante carriera universitaria la laurea in Lingue e Letterature straniere con una tesi letteraria in lingua inglese su “La musica ne La Tempesta di Shakespeare”.
Nel 2016 si è diplomata con il massimo dei voti in pianoforte presso il Conservatorio “Umberto Giordano” di Foggia, sotto la guida del M°Alessandro Drago.
Una tecnica aggraziata e ragionata inserita in un complesso e riflessivo programma esecutivo:
Ciò che risulta immediatamente percepibile nel raffinato quadro espositivo delle doti della pianista è un’indiscussa leggiadria nel tocco e nella tecnica.
Una dote non comune per una così giovane interprete, che da poco ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla nobile arte musicale, proseguendo la propria strada, dopo un redditizio diploma, con un biennio specialistico, attualmente frequentato presso il conservatorio “Umberto Giordano” di Foggia.
La grazia riflessiva e ponderata con la quale la pianista si avvicina allo strumento prima di ogni sua performance le rende grande onore tra il pubblico in sala, il quale non può far altro che restare colpito dalla preparazione applicata su ogni pezzo, frutto di un lungo e meticoloso studio. È certamente un sentiero in salita quella dell’interprete, e se dapprima una così accurata applicazione potrebbe risultare agli orecchi più esigenti ed esperti lievemente acerba in termini di resa di musicalità, corposità e struttura armonica di pezzi considerati vere e proprie colonne portanti della Musica (si pensi, ad esempio, alla “Sonata op.110″ di L.Van Beethoven, inserita in uno dei suoi programmi), la strada appare comunque appianata dalla tenacia e dalla costanza applicativa della giovane concertista.
Coraggiosa scelta, buonissima l’intenzione mantenuta da inizio a fine esecuzione sul sopracitato Beethoven. Dolcemente insicuro il primo tempo, soprattutto nell’esposizione tematica; “Allegro”, brillante, scherzoso e meno teso il secondo, nonostante i vari incroci arpeggiati fra le due mani; deciso nella “Fuga” finale e negli accordi ribattuti, e ben collegato fra il cambio in Fa maggiore e minore, il terzo tempo “Arioso Dolente”. La Sonata op.110, resta ad ogni modo uno “scoglio” per qualsiasi esecutore, essendo un vero e proprio manifesto di sintesi fra classico e barocco, nonché introduzione agli schemi romantici.
Giusta, consapevole e sentita l’interpretazione della “Mazurka op.17 n.4″ di Fryderyk Chopin: la tristezza cupa ed enigmatica, già ben resa dalla tonalità originale (La minore), le ornamentazioni bizzarre ed altalenanti delle varie sezioni sono state sapientemente esposte sia dal carattere che dai tecnicismi della pianista. Il sentimentalismo interpretativo trapelato dall’esecuzione ha inoltre ben reso il concetto di abbandono fatalistico e immobilistico sfociato poi nelle atmosfere popolaresche e festose delle danze polacche, come da partitura.
Interessante il tentativo, ricercato l’appiglio e indubbiamente rivelatrice di un’applicazione minuziosa è stata l’interpretazione della “Ballata op.52 n.4” (Chopin). Lo sperimentalismo visionario dell’autore si traduce qui, per gli interpreti, in una complessa rete di collegamenti, altrettanto ardui da mettere in pratica. Rischioso, alle prime armi, è dunque proporre un modello di ballata/sonata così audace, ma il carattere perseverante e un pathos altissimo, con cui dall’inizio alla fine la pianista è riuscita a mantenere attento il pubblico in sala, non è assolutamente da sottovalutare. La complessa dialettica tematica del pezzo, nell’incipit, nelle variazioni, nelle riesposizioni, nella delicatezza degli accordi prima di giungere al disperato epilogo della coda, si è manifestata in un crescendo di colori ed emozioni notevoli, evocatori di lirismi ed espressionismi tipici di una dimensione tanto beata quanto lontana.
Sicurezza, fermezza e tenacia sono sicuramente due termini da prendere in considerazione per descrivere la resa stilistica di “Estampes” di Claude Debussy. Le “Trois Estampes”, come già enfatizza il titolo, appartengono ad una serie di pezzi evocativi, in cui l’ascoltatore è libero di girovagare con la mente in una sorta di espressionismo dei suoni, il quale, nella sua trasfigurazione musicale risulta molto simile a quello artistico. Affascinante e accattivante tecnicamente, specie nell’esposizione delle pentatoniche, l’interpretazione di “Pagodes”; cadenzata e dissolvente l’esecuzione di “La soirée dans Grenade”, come il ritmo di habanera (in seguito poi spezzato da reminiscenze di tempi precedenti), e come le atmosfere andaluse che caratterizzano l’armonia e l’andatura del pezzo; veloce, nostalgica, sfuggevole ma pur sempre abbastanza precisa è risultata l’ultima esecuzione “Les jardins sous la pluie”. Come l’autore descrive nelle note, è chiaro il richiamo a vecchie melodie francesi («Nous n’irons plus au bois, parce qu’il fait un temps épouvantable» e «Do, do, l’enfant, do…»), le quali conferiscono al brano una freschezza tipica degli atteggiamenti infantili attraverso lo scorrere celere delle note, che diventano pudiche, leggiadre, fresche, come una sottile pioggia estiva, filtrata dai raggi solari, nel mezzo della calura estiva.
Freschezza, leggerezza e un pizzico di follia, accuratamente derivata da una tecnica conscia, hanno prevalso nella resa di uno dei pezzi francesi più ricchi e stravaganti, ovvero “Bourée Fantasque” di Emmanuel Chabrier. Le note ripetute e martellate nella prima parte del pezzo, i modulati melodici della seconda, quelle infuriate dell’ultima non hanno destato subbuglio o insicurezze nella giovane interprete, come ingenuamente si è tenuti a pensare dall’esterno. Allegria e brillantezza, tenute da inizio a fine esecuzione, così come dinamica, modulazioni, pulizia del suono legata ad un certo ritmo nel cambio del pedale sono state mosse vincenti ben messe a punto dalla pianista, che con quest’ultima esecuzione ha entusiasmato il pubblico in sala. L’atmosfera si è fatta poi fievole, raccolta e nostalgica per un bis di classe timidamente concesso e largamente apprezzato attraverso le splendide note del “Notturno in Do diesis minore” di Fryderyk Chopin.




