di Elena Sparacino
È l’anno del Neorealismo.
Questa Italia che ciclicamente agogna a riscoprire le proprie origini e storia manifesta un positivo bisogno di paternità e radici, incline a riscoprire le braci sotto le ceneri di periodi bui come la Guerra; per questo torna, sovente, ad abbracciare un movimento tanto incompreso quanto rivalorizzato qual è il filone verista che seppe riconferire dignità alla veemente crudezza della strada. La sua rivalutazione negli anni ha accondisceso a una rilettura dell’esperienza estetica probabilmente più importante del Novecento italiano “che, muovendo dalle innovazioni formali e contenutistiche introdotte dal cinema, ha finito per imporre un nuovo paradigma estetico destinato a interessare tutte le principali forme espressive”. Abbandonate le blande illusioni dei “telefoni bianchi”, la disarmante schiettezza del Neorealismo significa linfa per tutte le nouvelles vagues internazionali a seguire, senza cessare d’essere ancora oggi parte imprescindibile della formazione di registi in tutto il mondo (da Tavernier a Ferrario, da Reitz a Sissako e Guédiguian, passando per Bellocchio, Scorsese e Bertolucci).

In foto: la locandina della mostra “CINEMA NEOREALISTA: lo splendore del vero nell’Italia del dopoguerra” in esposizione al Museo del Cinema di Torino fino al 29 novembre.
La mostra CINEMA NEOREALISTA. Lo splendore del vero nell’Italia del dopoguerra (a cura di Alberto Barbera, con la collaborazione di Grazia Paganelli e Fabio Pezzetti Tonion) ha aperto il 4 giugno e sarà in esposizione alla Mole Antonelliana di Torino fino al 29 novembre 2015, incastonandosi alla perfezione al fulcro del ventaglio di appuntamenti in città (eventi, spettacoli, mostre, concerti, reading) studiati per meglio comprendere un periodo storico della cultura italiana che ha lasciato profonde tracce nel presente del nostro immaginario collettivo. E dunque, cos’è il Neorealismo? «Il Neorealismo è libertà», nelle parole dell’artista Edoardo Bruno, che l’ha definito come «verità, più che realtà». Lo spirito motore della «gente attiva» come forma di «ribellione al conformismo»: nulla come una corrente così fiera della sua povertà avrebbe potuto rispondere col medesimo orgoglio alla «disperata ricerca di se stessa dopo 20 anni di guerra» che l’Italia andava soffrendo. Così, racconta Martin Scorsese, il Bel Paese ha trovato un linguaggio consono a comunicare al mondo ciò che aveva subito, lasciando un’«impronta indelebile» di esigenze morali e spirituali. Nel Neorealismo, l’illusione cede il posto alla realtà, e viene resa «giustizia alla vita per quella che è».
La mostra accompagna così il visitatore in un viaggio che parte dai prodromi di questa “rivoluzione” estetica, che pure è in grado di declinarsi in un ricco registro di sfumature; proprio questa pluralità mette in evidenza l’esposizione, attraverso brevi personali di ogni regista ritratte con essenziale eleganza all’interno dell’Aula del Tempio, cuore del Museo: oltre 180 tra fotografie e documenti, 15 manifesti, 23 monitor che ripropongono sequenze tratte da 55 film intervallate da documenti, interviste e foto, insieme a 8 interviste esclusive sviscerano le tappe più significative. Le sezioni dedicate ai registi centrali del Neorealismo – Roberto Rossellini, Vittorio De Sica e Luchino Visconti – si sviluppano in climax ascendente attraverso la Rampa Elicoidale, inclusa una dedica ad autori come Carlo Lizzani (un documentario a lui ispirato sarà presentato a Venezia 72), Giuseppe De Santis e Alberto Lattuada, che seppero ricavarsi una particolare nicchia espressiva attraverso un sapiente uso della coralità poetica. In cima alla rampa, trovano spazio “altre strade”, a partire dall’esperienza del documentario – con l’apporto pionieristico di Michelangelo Antonioni, che nel ’39 inizia a girare Gente del Po – senza escludere la rilevanza comunicativa della sceneggiatura, fondamentale nella delineazione di caratteristici canoni di scrittura filmica: Sergio Amidei, Suso Cecchi D’Amico e Cesare Zavattini, il cui mantra era «pedinare gli uomini con la macchina da presa». Non manca posto per i mutamenti sociali e l’eredità ai posteri, nel loro modo di osservare la realtà. Infine, l’ultima sezione è dedicata all’importanza della documentaristica attraverso la fruizione pubblica dei materiali di archivio, che svolgono un ruolo essenziale nella fase di preservazione della memoria: ergo, il Museo rende qui consultabili documenti (ovviamente in versione fotocopia), lettere, contratti, recensioni, pagine di sceneggiature, soggetti e altre forme di approfondimento culturale legato alla comprensione a tutto tondo dell’anima di una corrente ancora giudicata ribelle.
Oltre a ciò, si è voluta agevolare la partecipazione disponendo delle Informazioni ad Accesso Facilitato (Facility Access Information): si tratta di una piccola postazione dedicata di supporti fruibili accoglie il visitatore meno esperto con un video di introduzione e accompagnamento alla mostra corredato anche di commento audio e interprete LIS (Lingua dei Segni Italiana), attivabile da smartphone tramite TAG ottico e TAG a sfioramento (NFC), e altri supporti pensati per permettere il godimento pieno della mostra anche al pubblico affetto da disabilità di vari tipi, o semplicemente di lingua straniera. Per chi desideri portarsi a casa un pezzo di esposizione, a completamento della mostra, Silvana Editoriale ha disposto il catalogo CINEMA NEOREALISTA. Lo splendore del vero nell’Italia del dopoguerra, una pregiata raccolta delle fotografie e dei documenti presenti nella Mole, accompagnati da una introduzione di Alberto Barbera e dalla ricchezza dei testi dei principali esponenti sopra citati (e incontrati attraverso le diverse personali), che si sviluppano organicamente ricostruendo una cronologia completa del Neorealismo.
Tito Silvio Mursino, pseudonimo artistico anagrammato del vero nome e cognome Vittorio Mussolini (figlio del Duce), a quei tempi era direttore di Cinema, la maggiore rivista italiana di critica cinematografica – fondata nel 1936 da Ulrico Hoepli. Non era inconsueto che le pagine del quindicinale ospitassero un vivace dibattito sul cinema italiano, con l’intenzione (forse un po’ futurista) di scardinarsi dagli antichi e impostati cliché dei canoni vigenti per rivendicare l’“intento documentario” del nuovo cinema della realtà; a tal ragione, il suo gruppo partecipò attivamente a realizzazioni come, ad esempio, Ossessione (1943) di Luchino Visconti, un film pervaso di riferimenti verghiani. L’accumulazione di segni era un connotato imprescindibile dalla povertà della scena neorealista, in contrapposizione al «grande nemico del cinema», come Rossellini definiva l’impostato teatro di prosa. la sceneggiatura venne scritta da Mario Alicata, Gianni Puccini e Giuseppe De Santis, mentre lo stesso De Santis e Antonio Pietrangeli operarono come assistenti alla regia. La nuova corrente esaltava la funzione “utile” del cinematografo, senza lasciare spazio all’imprevisto né perder tempo a elaborare scene ridondanti. Basti pensare al protagonista di Ladri di Biciclette (1948, riadattato proprio da Zavattini), Lamberto Maggiorani, uomo “di strada” scelto da De Sica proprio per la sua camminata adatta al personaggio e non impostata come quella degli attori di professione. Proprio Vittorio De Sica si caratterizzava inoltre per un’inclinazione a prediligere la collaborazione con bambini per i suoi lungometraggi. In una lettera «Come insegno a recitare ai bambini», il regista rispondeva all’amico Silvio d’Amico, il quale gli chiedeva consigli e delucidazioni su quale fosse il suo segreto per adattarli meglio alla macchina da presa: «Voler loro bene – rispondeva lui serafico – affidarsi alla loro forza, ch’è la sincerità, il compito d’essere vivi, veri». Parliamo di storie di coraggio; sul n° 1 della rivista Mondo (19/03/45) si paragonava la scelta di produrre film in Italia a «costruire una casa cominciando dal tetto», olio di gomito in una condizione in cui tutto veniva a mancare e ci si contrapponeva con gli sfarzosi e scintillanti kolossal hollywoodiani d’oltreoceano: «Questo film non piacerà agli americani», si rammaricò Charlie Chaplin rispetto a De Sica nella casa di Merle Oberon a Hollywood (come riportò Tempo, a. 16, n° 51, 23/12/1954).
Questa e molte altre le testimonianze non solo storiche, ma anche e soprattutto umane che portano per mano il visitatore in un iter emotivo prima che tecnico. Un’occasione da non perdere in attesa della rassegna che il Cinema Massimo ospiterà a novembre 2015, proponendo alcuni tra i titoli più emblematici della corrente neorealista in relazione a “eredi” di epoche successive, provenienti dalle più disparate cinematografie, che dal Neorealismo hanno tratto la loro ispirazione.




