di Elena Sparacino

Direttore di un’orchestra volta alla sensibilizzazione, Carlo Petrini ha previsto – all’interno del Salone del Gusto e Terra Madre 2014 – numerosi appuntamenti che guardassero a Milano 2015; desiderio quello di fare dell’Expo un’opportunità per dare visibilità ai temi giusti, occasione per promuovere la sostenibilità, la cooperazione e la solidarietà attraverso le attività e gli ospiti che vi prenderanno parte. “Nutrire il pianeta. Energia per la vita” non punta a essere solo uno slogan, bensì un messaggio pragmatico.

Il Protocollo di Milano (www.protocollodimilano.it / www.milanprotocol.com, leggibile in versione integrale qui) è il documento, promosso dalla Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition, che vuole sancire quest’impegno, promuovendo “fame zero e stili di vita sani”, un’agricoltura sostenibile e lo stop degli sprechi alimentari. Nel concreto, attraverso il Protocollo si intende sensibilizzare il Governo in merito a quelle “sfide” necessarie per rendere il sistema alimentare globale realmente sostenibile: attuazione di riforme agrarie e lotta alla speculazione finanziaria, lotta alla fame e all’obesità attraverso la promozione di stili di vita sani e, entro il 2020, abbattimento del 50% dei 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sprecato nel mondo.

Il movimento Slow Food ha avuto parte attiva in questo processo, che Petrini definisce «una straordinaria opportunità di sintonizzare su un sentire comune tante attenzioni, tante opportunità di cambiamento e soprattutto tante progettualità dalle istituzioni alla società civile, alle aziende». A sostenerlo, in una conferenza mirata alle politiche alimentari del 2015, lo chef e attivista britannico Jamie Oliver, che già si era espresso pubblicamente nel pomeriggio sul suo Credo nella battaglia per trasformare lo stile di vita e l’approccio all’alimentazione delle persone di tutto il mondo mettendo al centro qualità e sostenibilità. Del Protocollo, dice che «unisce le persone, le imprese e i governi su un fronte unico, così che insieme possiamo sfidare lo status quo, richiedere pratiche più etiche e sostenibili nell’industria alimentare e assicurare un futuro migliore per i nostri bambini».

1024px-Logo_LiberaA loro si sono accorati, per quest’edizione di Terra Madre, anche altri due intellettuali come il regista Ermanno Olmi e il Presidente di Libera e Don Luigi Ciotti, provenienti da mondi diversi ma uniti da una visione comune dell’agricoltura. Uniti a Carlo Petrini anche da profonda amicizia, i tre si sono affiliati in una lettera aperta per un’Expo diversa, che hanno presentato in tale sede cogliendo l’occasione per la presentazione di Voler bene alla terra. Dialoghi sul futuro del pianeta (Slow Food Editore, 12 euro, pagg. 240) il nuovo libro che raccoglie le interviste che, nell’arco di dieci anni, Petrini ha realizzato con grandi personaggi da tutto il mondo.

Il sacerdote antimafia ha colto l’occasione per rammentare coram populo «quanti contadini onesti e appassionati, ad esempio nella Terra dei Fuochi, soffrono la vergogna di essere additati come soggetti inquinanti per colpa di chi ha depauperato l’ecosistema, inquinandolo con la complicità della mafia e l’insipienza di certi politici», sottolineando l’urgenza di continuare a collaborare per restituire alla legalità i terreni confiscati alle mafie e creare un’economia agricola virtuosa. Un percorso ancora lungo, come ha tenuto a evidenziare Don Ciotti, poiché le mafie prosperano e sono molto attive anche a livello europeo. Inoltre, le ricchezze sono troppo concentrate nelle mani di pochi: «Le cifre sono impressionanti: 500 multinazionali detengono il 52% del Pil del pianeta, le prime tre controllano il 91% della ricerca genetica e il 53% dei semi, le prime sei controllano il 76% dei pesticidi».

post-kit_02-ITA-413x414Per quanto concerne la lettera dall’esaustivo titolo “Per un Expo che getti un seme contro la fame nel mondo”, è stata presentata come un’esigenza nata dalla preoccupazione che «l’esposizione universale sia solamente l’occasione per parlare e promuovere il cibo come merce, senza affrontare concretamente questo argomento e le sue innumerevoli implicazioni». Ottica nella quale la prima vocazione di Expo 2015 ci si aspetta essere una straordinaria occasione per una ritrovata consapevolezza della Terra che ci nutre: parole dure, infatti, bacchettano le politiche cieche dei governi, ammoniti sul fatto che «la biodiversità che si riduce a ritmi impressionanti, è un patrimonio irrinunciabile che va custodito e tutelato». Senza considerare i grandi danni che un simile sistema apporta alle ingiustizie della nutrizione globale, giacché «sono sotto gli occhi di tutti gli effetti di un sistema politico-economico che, a quasi settant’anni dalla “Dichiarazione universale dei diritti umani”, non solo non ha eliminato le ingiustizie ma le ha moltiplicate, scelte che hanno svuotato la politica della sua anima sociale. Cioè della sua principale responsabilità – uniformandola a logiche economiche che tanto badano ad accumulare profitti quanto poco a suddividerli con un minimo senso di equità».

«Oggi la fame che perseguita grandi parti di mondo, determina migrazioni epocali, bibliche. Il Mediterraneo ogni giorno è tomba di una disperata umanità che cerca di superare i confini visibili e invisibili che la privano del cibo quotidiano», continuano il loro appello i tre, «affinché l’Expo non si riduca a un’esposizione senz’anima, dove si enunciano vasti programmi e nobili intenzioni, mentre si tace sulla povertà e le ingiustizie che opprimono la vita di milioni di persone». Un dibattito collettivo non più moralmente rinviabile, un modo di «mettere a dimora un seme che possa crescere rigoglioso: il seme del buon senso e della dignità di ogni abitante della terra. La fame non è una fatale calamità che ha colpito qualche nostro fratello per cui ci si può limitare a provare dispiacere: la fame e la malnutrizione sono anche colpa nostra e ne siamo in qualche modo responsabili perché ci sono tutte le possibilità per eliminarle e invece continuano a mietere vittime». L’esortazione è semplice, e consiste nel ricominciare dai nostri comportamenti nel fare le cose che sappiamo fare e farle sempre al meglio, condividendo il proprio cibo, con la coscienza che è anche e sempre quello degli altri. Concludendo col citare San Francesco, il quale sapeva vedere nel Creato un inno alla felicità: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.

Qualcuno dotato di un’anima fortemente ‘sostenibile’ mi ha posto dinanzi a un quesito, in questi giorni, tra uno stand e l’altro pieni di ogni dovizia e lussuria gastronomica: «Non ci guadagni nulla. Ma rinunceresti a qualcosa oggi per garantire un futuro migliore ai tuoi figli domani?». Il giudizio morale non c’entra, basta una riflessione. E, per chi vuole piantare questo seme, una lettura integrale della suddetta lettera che comincia da qui.

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

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