Un racconto che parte da una scena precisa e arriva a toccare il senso più profondo della scrittura di Alfero. Un’intervista che non nasconde una piccola perplessità sull’ermetismo, ma che prova a capire come si possa restare autentici senza perdere chi ascolta lungo il percorso.

La telefonata notturna che riapre la ferita è una scena molto potente. Ascoltando il brano, sembra quasi che anche la musica si fermi e riprenda respiro in quel momento emotivo. In che modo hai cercato di tradurre questo passaggio nel suono?

La scena della telefonata notturna è stata l’input per l’elaborazione del brano. Anche la musica cerca di restituire quella sensazione di essere colpiti da un battito improvviso, che spinge verso una sospensione e fa emergere una sensazione di vuoto. Durante la fase di post-produzione in studio abbiamo lavorato sulle intenzioni e sull’interpretazione della voce: che in alcuni punti risulta più trattenuta, come se stessi parlando  prima a me stesso che all’ascoltatore.

Il tuo modo di scrivere sembra più vicino a una scrittura poetica che alla classica forma canzone. È una scelta che nasce dal tuo percorso teatrale?

Sono fortemente convinto che il teatro abbia influenzato il mio modo di scrivere. A teatro la parola assume un peso determinante, perchè deve mantenere attento lo sguardo dello spettatore. Allo stesso modo, nella musica porto con me questo atteggiamento: parole che esplorano immagini e cercano di mantenere viva la tensione emotiva. Non è una scelta intellettuale, ma una evoluzione del mio percorso. La canzone diventa l’espressione di un piccolo atto teatrale, con all’interno un conflitto e una trasformazione finale.

Ti faccio una critica gentile: a volte l’ermetismo può creare distanza in chi ascolta. Come trovi l’equilibrio tra profondità e accessibilità?

Mi capita spesso di rileggere il testi chiedendomi se effetivamente riescono a elaborare il tutte le sfaccettature di ciò che penso e voglio comunicare. Non credo di voler semplificare, ma cerco di rendere  accessibili e chiare le  emozione e i dettagli che permettono di rivelarle. L’equilibrio si trova in quella terra di mezzo in cui non si può spiegare tutto, ma nemmeno escludere chi ascolta.

Qual è oggi il tuo vero obiettivo artistico: arrivare a un pubblico più ampio o costruire un percorso coerente, anche se più di nicchia?

Il mio obiettivo è rimanere coerente con il mio  percorso e costruire un racconto artistico che possa durare nel tempo.  Cercando di arrivare a più persone possibile, senza sacrificare l’identità. Se il pubblico dovesse crescere lungo il cammino, vorrei che accadesse perchè il mio mondo ha trovato ascolto, non perchè ho cambiato direzione nel tentative di piacere di più.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.