Un dialogo sul valore della misura e sull’importanza di non trasformare l’emozione in spettacolo. La coerenza artistica è evidente, anche se una parte di pubblico potrebbe desiderare qualche cambio di passo più netto lungo il percorso musicale.

Ascoltando “Il senso dell’incanto” colpisce la scelta di non costruire un vero climax spettacolare, ma di mantenere una tensione continua e morbida. E’ un modo per rispettare il contenuto più contemplativo del brano?
Hai colto esattamente il punto. Spesso la musica contemporanea ci ha abituati a una struttura a “montagne russe”, dove tutto deve esplodere per dare un senso di liberazione. Per “Il senso dell’incanto”, sentivo che un climax spettacolare avrebbe interrotto il flusso del pensiero. Volevo che l’ascoltatore rimanesse sospeso in uno stato di veglia contemplativa. La tensione morbida serve a mantenere viva l’attenzione senza forzare l’emozione: è un invito a restare dentro il brano, piuttosto che aspettare che finisca con un botto.
Il testo parla di stupore come atto necessario per restare umani. È una visione che senti anche sociale, oltre che artistica?
Assolutamente sì. Oggi lo stupore è quasi un atto rivoluzionario perché viviamo in un’epoca di cinismo e sovraesposizione. Artisticamente, è la scintilla che mi permette di creare; socialmente, credo l’unico antidoto all’apatia. Riconoscere la bellezza o il mistero in ciò che ci circonda ci rende più empatici e meno isolati. Se smettiamo di stupirci, smettiamo di porci domande, e una società senza domande è una società che ha smesso di evolversi.
Considerando la tua lunga formazione multidisciplinare, cosa ti ha aiutato di più nel trovare oggi una voce personale?
La mia formazione mi ha insegnato che i confini tra le arti sono fluidi. Studiare diverse discipline mi ha dato una “cassetta degli attrezzi “molto varia: a volte scrivo una melodia pensando a un’immagine visiva, altre volte è il ritmo di una frase letteraria a suggerirmi una struttura ritmica. Ciò che mi ha aiutato di più è stata la capacità di sintetizzare questi stimoli: la mia voce personale nasce dal non aver paura di far convivere il rigore della tecnica con l’istinto puro della sperimentazione.
Se dovessi individuare un limite di questo singolo, quale pensi possa essere per un pubblico meno abituato a un ascolto come il tuo?
Il limite principale potrebbe essere la richiesta di tempo e silenzio. Viviamo in un mondo che premia l’ascolto in modo distratto e il “mordi e fuggi”. Un pubblico abituato a ritmi serrati e messaggi espliciti potrebbe trovare questa introspezione inizialmente “lenta” o poco immediata. Tuttavia, spero che proprio questa natura diversa possa fungere da calamita: un momento di pausa necessario in mezzo al rumore costante.


