di Giovanni Lucifora

Il tempo spesso è l’unica speranza per chi soffre a causa della morte di una persona cara ma se oggi chiedete a mamma Luciana se la sua sofferenza si è minimamente affievolita, sicuramente risponderebbe di no. E ci mancherebbe altro. Il tempo porta via le verità ma cementa l’angoscia. L’angoscia per una giovane donna uccisa assieme al suo operatore in un vile agguato a Mogadiscio.

Le esecuzioni di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono ancora oggi un ‘mistero’, e utilizziamo il termine mistero in quanto la vicenda riguarda il nostro Paese, dunque un mistero d’Italia. E già perché nonostante in quel lontano 20 marzo del 1994, Ilaria e Miran fossero a migliaia di chilometri di distanza dall’Italia, tracce di ‘mani’ nostrane furono da subito evidenti. Dai bagagli spariti durante il trasporto delle salme a bordo di un aereo militare al ritardo ingiustificato dell’autopsia sul corpo di Ilaria fino alla Toyota sulla quale è avvenuta la duplice esecuzione, auto arrivata in Italia con tracce di dna che non appartenevano nè a Ilaria nè e Miran. Tante stranezze, troppe. E allora il governo mesa fa ha tolto il segreto di Stato sugli atti parlamentari legati alle indagini e qualche elemento in più oggi l’abbiamo (In questo caso il tempo potrebbe portare almeno la verità).

Cerchiamo allora di capire quali sono questi elementi che confermerebbero la presenza di una lunga mano italiana su tutta la vicenda. Gli atti desecretati sono consultabili sul sito della Camera e recentemente il quotidiano La Stampa ha reso note alcune prove che evidenzierebbero i depistaggi. Prima di questo però è bene ricordare che Ilaria stava scoprendo un giro di armi e di rifiuti tossici che coinvolgeva in particolare una nave italiana donata alla Somalia (insieme ad altri pescherecci) sotto forma di ‘aiuto umanitario’. La nave era della Shifco (compagnia somala creata con soldi italiani) la cui sede era a Gaeta. Detto questo andiamo avanti.

Quel maledetto 1994 fu tragico per la Somalia (oggi sembra sia ancora peggio…) ed erano in corso violenze indicibili con centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati. L’Onu decise di intervenire ma l’insuccesso fu subito evidente quindi i contingenti, dopo mesi di dure battaglie, si stavano ritirando, compreso quello italiano. Il 20 marzo però gli ultimi militari italiani rimasti in Somalia erano a pochi chilometri dal luogo dell’agguato, a bordo della nave Garibaldi. A Mogadiscio erano presenti anche i servizi segreti e per il Sismi c’era un agente che tre giorni dopo l’esecuzione scrisse a mano un documento: ‘Appare evidente la volontà di Unosom di minimizzare sulle reali cause che avrebbero portato all’uccisione della giornalista italiana e del suo operatore’ (L’Unosom era il comando Onu retto dall’ammiraglio statunitense Jonathan Howe).

L’agente ogni sera via fax inviava una relazione al quartier generale del Sismi a Roma dove  i messaggi venivano trascritti al computer. La scoperta sconcertante è che alcuni di questi rapporti furono sbianchettati. Ad esempio, lo 007 scriveva: ‘Unosom sta continuando a battere la pista della tentata rapina e della casualità dell’episodio’ ma la frase in Italia cambiava con: ‘Unosom sta orientando le indagini sulla tesi della tentata rapina e della casualità dell’episodio’. Poi aggiungeva: ‘Non trascurando, tuttavia, particolari che (lui invece aveva scritto: ‘Trascurando chiari particolari che…’) indicherebbero il contrario’.

Infatti per l’agente del Sismi, nome in codice ‘Alfredo’, il fatto che non si fosse trattato di criminalità comune, bensì di un’azione mirata, era evidente e lo aveva anche chiaramente comunicato. Sosteneva inoltre che i vertici dei caschi Blu non capivano o facevano finta di non capire.

L’analisi dei documenti rivela poi che fu dato l’ordine ai militari di non parlare della vicenda soprattutto con i giornalisti. Domanda spontanea: perché? Perché non si poteva parlare dell’uccisione di due connazionali, che per giunta stavano lavorando per la tv di Stato? Solo l’Unosom,  al termine delle indagini, poteva rilasciare dichiarazioni. Una chiusura che all’epoca poteva sembrare assurda ma che oggi ne chiarisce i motivi: coprire qualcuno, in Italia, che probabilmente faceva affari illeciti al gioco di una o dell’altra fazione in guerra e intossicare la Somalia nell’ambito del traffico internazionale di rifiuti tossici.

Ma non finisce qui. Le carte desecretate sembra stiano portando alla luce altre conferme ai sospetti. L’onorevole Mariangela Gritta Grainer, presidente dell’associazione Ilaria Alpi assicura che ci sarebbero altri documenti sbianchettati. Inoltre “il giorno dopo l’omicidio, il signor Alfredo (lo 007 italiano, ndr) scriveva: da fonte attendibile risulta che a Bosaso la giornalista è stata minacciata di morte”, secondo la Grainer anche questa frase è stata “puntualmente omessa”.

A questo punto ecco un documento riservato scovata da Wired che racconta del traffico di armi destinate ai guerriglieri, traffico gestito da italiani. Tre mesi dopo gli omicidi il Sismi scrive: ‘La giornalista Ilaria Alpi e il suo operatore sarebbero stati uccisi a Mogadiscio perché avevano scoperto un traffico di armi nel Porto di Bosaso… – il messaggio prosegue – Il traffico sarebbe gestito dalla Libia ed i responsabili avrebbero navi di una compagnia marittima italiana di cui è responsabile tale Mugne, cittadino italo-somalo’. Mugne (Munye), nome presente negli appunti di Ilaria…

E qui si fa chiarezza. Altro documento firmato Sismi: “Il braccio armato dei Fratelli mussulmani in Somalia sarebbe il destinatario, fra gli altri, di ingenti quantitativi di materiali di armamento (…). Sarebbero emerse notizie secondo le quali le motivazioni che avrebbero determinato l’uccisione in Somalia della giornalista della Rai Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, andrebbero ricercate nei citati traffici di armi”. In sostanza i nostri servizi segreti sapevano del traffico d’armi, munizioni  destinate al generale Aidid, nemico giurato degli Stati Uniti.

L’analisi dei documenti desecretati prosegue ma ci chiediamo: perché la commissione parlamentare non ha mai evidenziato questi elementi? Troppo scomodo?

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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