di Giovanni Lucifora
Vacilla il fronte ‘colpevolista’, torna alla carica quello ‘innocentista’. Le due fazioni si contendono lo spazio sul web e tra le dichiarazioni degli avvocati di Massimo Bossetti, la pubblicazione della relazione del Ris dei carabinieri e qualche precedente storico in tema di Dna, si finisce per non capirci più niente.
L’omicidio di Yara Gambirasio, come spesso accade in questi casi, sta dividendo l’opinione pubblica da metà giugno ovvero da quando è stato arrestato un operaio di Mapello, Massimo Giuseppe Bossetti. 44 anni (li compie a ottobre), sposato, tre figli, sarebbe il ricercato cosiddetto ‘Ignoto1’. Il suo Dna, quello di ‘Ignoto 1’, infatti è stato trovato sugli indumenti di Yara e attraverso un complicatissimo procedimento si è arrivati all’individuazione del padre biologico di ‘Ignoto 1’, tal Giuseppe Guerinoni e conseguentemente a Bossetti. Ma lui, Bossetti, sapeva di essere figlio di un altro padre e continua a negare qualsiasi responsabilità anche di fronte a quella che viene definita la ‘prova regina’, quella che inchioda l’indagato al quale non resta che confessare e sperare nell’indulgenza della Corte: la prova del ‘Dna’. Bossetti invece no, non confessa.
Dunque questa è un’indagine complicata ed estremamente tecnica che sta impiegando uomini e denaro per assicurare alla giustizia un criminale che non merita certamente di passeggiare libero. Un lavoro difficile sia a livello investigativo che giudiziario. Gli avvocati dell’indagato infatti rispondono colpo su colpo alle accuse che trapelano o alle piste intraprese per condannare Bossetti.
Il sostituto procuratore di Bergamo Letizia Ruggieri nel verbale di fermo accusa l’operaio dell’omicidio: (Bossetti) ‘colpendo Yara Gambirasio con tre colpi al capo e con plurime coltellate in diverse regioni del corpo (gola, torace, schiena, polsi e arti), abbandonandola quindi agonizzante in un campo isolato, ne cagionava la morte. Con l’aggravante di avere adoperato sevizie e di avere agito con crudeltà’.
Nello stesso provvedimento si specifica che il Dna presenta una ‘sostanziale assoluta compatibilità’ con quello trovato sui leggings della vittima.
C’è anche da dire che risulterebbero delle incongruenze nelle deposizioni di Bossetti davanti agli inquirenti come quella sugli spostamenti nel giorno dell’omicidio, il 26 novembre del 2010. L’operaio aveva detto di essere passato davanti alla palestra di Yara di ritorno dal lavoro, ma secondo le verifiche investigative, quel pomeriggio, Bossetti, non era andato a lavorare.
Torniamo però al Dna. Nella relazione del Ris dei Carabinieri si legge che ‘la logica prettamente scientifica non consente di diagnosticare in maniera inequivoca le tracce lasciate da Ignoto 1 sui vestiti da Yara’. Vuol dire che trattandosi di una traccia mista con il sangue della vittima, il Dna è accertato, ma non è possibile sapere se si tratti di saliva, sangue o altro. Quando si svolgerà il processo molti aspetti saranno chiariti. La cosiddetta prova del Dna comunque, ancora una volta, solleva dubbi. E non perché il Dna di per se’ non dia risposte certe ma per i metodi che vengono utilizzati.
Per fare un esempio basta riportare le ricerche del professor Osagie Obasogie docente di diritto all’Università di san Francisco. In California fu trovato il Dna dell’assassino sulle unghie della vittima di una rapina. Fu arrestato un ventiseienne, tal Lukis Anderson. Si scoprì poi che Anderson era in ospedale la notte del delitto per una grave intossicazione. Dopo cinque mesi di prigione fu rilasciato e scagionato. Gli inquirenti ritennero che il Dna di Anderson era stato trasferito alla vittima tramite gli indumenti e il materiale dei paramedici intervenuti sul luogo dell’omicidio.
Dunque se è vero che il Dna può essere considerato a tutti gli effetti la ‘prova regina’ in un processo, qualche perplessità, a volte, la crea. Ma non è il Dna a sollevare perplessità ma i test, ovvero le procedure che vengono utilizzate. E’ probabile che su questo si baseranno i legali che dovranno difendere l’operaio di Mapello, Massimo Bosetti davanti al giudice e all’opinione pubblica italiana. In poche parole: il Dna non vola ma può essere trasportato.


