
Ciao Mario, questo libro si legge in modo particolare. Non è una lettura da affrontare tutta d’un fiato, ma qualcosa che si deposita, pagina dopo pagina. E forse è proprio questo il suo ritmo naturale. “Il tempo sospeso” non cerca di piacere subito. Ti porta dentro un’atmosfera, più che dentro una storia. A un certo punto lo dici chiaramente: il sintetizzatore è solo uno strumento. Ciò che conta è il sistema di relazioni che si costruisce attorno a esso. Quello che funziona davvero è il modo in cui riesci a trasformare elementi apparentemente semplici in qualcosa di più ampio. La notte diventa uno spazio mentale. La città non è più un luogo, ma una sensazione. La tecnologia non è oggetto, ma presenza. Ci sono momenti in cui sembra quasi di vedere le immagini mentre si legge. Un po’ come succede con certi passaggi di Ballard, anche se qui il tono è più controllato. Il libro non è mai decorativo. Non cerca di essere bello a tutti i costi. A volte le frasi sono asciutte, altre volte si aprono. Questa asimmetria rende tutto più umano. Alla fine resta una sensazione precisa: quella di aver attraversato qualcosa.


