Nel memoir di Sergio Cavoli la parola scritta diventa uno spazio di cura, un luogo in cui il dolore può essere osservato, compreso e trasformato. “Passi di speranza” restituisce valore al processo stesso dello scrivere, inteso come gesto di attenzione verso sé e verso l’altro.

Ciao, Sergio. Scrivere ti ha aiutato più a ricordare o a trasformare?

Direi che mi ha aiutato soprattutto a trasformare. Il ricordo era già lì, spesso ingombrante, a volte doloroso. La scrittura mi ha permesso di guardarlo senza esserne travolto, di dargli una forma che non fosse solo ferita. Scrivere non ha cancellato nulla, ma ha cambiato il modo in cui quelle esperienze abitano dentro di me. In questo senso, la trasformazione è stata un atto di cura.

Quanto è stato difficile rileggere te stesso durante la fase di editing?

È stato uno dei passaggi più complessi. Rileggermi significava tornare in luoghi emotivi che credevo di aver attraversato del tutto. Alcune pagine facevano resistenza, altre chiedevano distanza. Ma proprio lì ho capito quanto fosse necessario farlo: non per rivivere il dolore, ma per riconoscerlo con maggiore lucidità. L’editing è stato faticoso, sì, ma anche liberatorio.

In che modo il libro ha cambiato il tuo sguardo sul passato?

Mi ha permesso di vederlo con meno giudizio e più comprensione. Prima il passato era qualcosa da sopportare o da spiegare; oggi è parte di una traiettoria, non più un punto fisso. Attraverso il libro ho imparato a riconoscere anche la fragilità come una forma di sapere, come qualcosa che mi ha insegnato a stare nel mondo in modo diverso, forse più attento.

Credi che raccontarsi sia anche un atto di responsabilità verso gli altri?

Sì, lo credo profondamente. Raccontarsi non significa esporsi senza filtri, ma scegliere cosa condividere e come farlo. C’è una responsabilità nel non ferire, nel non semplificare, nel non trasformare il dolore in qualcosa di consumabile. Quando ci si racconta con onestà e misura, si crea uno spazio sicuro in cui anche l’altro può riconoscersi, senza sentirsi obbligato a nulla. Ed è lì che la parola diventa davvero relazione.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.