L’autore di «Il respiro dell’Eterno» racconta come la scrittura diventi strumento di consapevolezza, capace di attraversare paura, crisi e trasformazione. L’intervista approfondisce il valore dell’intuizione, della ricerca del sacro e della delicatezza con cui ha scelto di rappresentare l’invisibile.

Il romanzo propone un cammino spirituale che si costruisce attraverso prove, intuizioni e incontri significativi. Come ha scelto le tappe fondamentali del viaggio interiore del protagonista?
Più che un romanzo, Il respiro dell’Eterno è un saggio spirituale che trova nell’esperienza personale la sua conferma.
Lo si può immaginare come un viaggio interiore che si svela passo dopo passo, guidato dalle forze del profondo: intuizioni, sincronicità, incontri che tracciano il cammino e offrono continue conferme della giusta direzione.
È un percorso in cui l’invisibile diventa certezza e il visibile si trasforma in sogno — un invito a riconoscere che la realtà più vera è spesso quella che non si vede, ma si sente.
La presenza dell’Eterno viene trattata con rispetto, delicatezza e simbolismo. Che tipo di riflessione personale o culturale l’ha guidata nella rappresentazione del sacro?
Ho cercato di trattare la presenza dell’Eterno con la stessa delicatezza con cui si ascolta un silenzio, e nel mio lavoro di psicoterapeuta possiamo sperimentare con mano quanto il silenzio sia una voce autentica che sussurra alla nostra parte più profonda. Il sacro, per me, è un’esperienza diretta, un sentire che nasce dal contatto profondo con la vita.
La mia riflessione è stata guidata sia dall’ascolto che dalla ricerca, o meglio queste due componenti si sono unite insieme nel cammino. Ho cercato di restituire, attraverso simboli e immagini, quella dimensione sottile in cui il divino si manifesta nel quotidiano, nei gesti semplici, nelle coincidenze che parlano al cuore. Quando cominciamo un cammino di ricerca, il nostro profondo comincia a muoversi, ad andare anch’esso alla ricerca della dimensione spirituale… e il magico comincia a manifestarsi.
L’Eterno non è lontano né separato da noi… è la presenza silenziosa che respira in ogni cosa. Riconoscerlo significa imparare a guardare con occhi nuovi — con lo stupore di chi sa che tutto, anche l’istante più fragile, è attraversato dal sacro.
«Il respiro dell’Eterno» unisce narrazione e riflessione, creando una sorta di romanzo filosofico contemporaneo. Quali sfide ha affrontato per mantenere equilibrio tra trama e concetto?
In realtà Il respiro dell’Eterno non nasce come un romanzo in senso stretto, ma come un saggio esperienziale, in cui riflessione e narrazione si intrecciano per dare forma a un unico movimento: quello della Coscienza che si risveglia.
La sfida non è stata tanto trovare un equilibrio tra trama e concetto, quanto mantenere viva la vibrazione dell’esperienza, trasformando il pensiero in qualcosa di sentito e la parola in strumento di consapevolezza.
Nel mio lavoro di studio e di ricerca ho scelto di portare l’attenzione su ciò che realmente risuonava con il mio sentire, traducendo in parole solo ciò che, nel profondo, ho creduto e sperimentato.
Quando si trattano argomenti così delicati, è fondamentale essere veri.
Ho cercato di far sì che ogni riflessione nascesse da un vissuto, e che ogni passaggio concettuale avesse un respiro poetico, affinché il lettore potesse non solo comprendere, ma anche sentire ciò di cui si parla.
A livello emotivo, quale aspetto del libro ritiene possa avere un impatto particolare sui lettori che attraversano momenti di crisi personale?
Ogni crisi è personale, unica nel suo linguaggio e nel modo in cui ci attraversa. In ciascuno di noi può risuonare qualcosa di diverso, ma credo che il libro possa toccare soprattutto chi, in un momento di smarrimento, sente il bisogno di ritrovare un senso più ampio all’esistenza.
Spesso la crisi ha radici esistenziali: nasce dall’immobilità o dalla paura — e al fondo di ogni paura si cela sempre quella della morte.
Aprirsi alla dimensione spirituale significa allora aprire nuove porte dentro di sé, lasciando che la consapevolezza dell’eternità restituisca fiducia, respiro, prospettiva.
Il respiro dell’Eterno vuole essere proprio questo: un invito a trasformare la crisi in soglia, la paura in conoscenza, e a ricordare che ciò che siamo davvero non può andare perduto.
Dal punto di vista della sua evoluzione come scrittore, che cosa sente di aver imparato grazie a questo romanzo?
Scrivere, per me, è già di per sé un modo di imparare. Ogni parola nasce dal tentativo di dare forma a qualcosa che ancora non è del tutto chiaro, e proprio nel cercare di renderlo accessibile si approfondisce la comprensione.
Nel provare a tradurre intuizioni e ricerche complesse in un linguaggio vivo, sono stato spinto a chiarire, a semplificare, a rendere concreti i miei pensieri.
La scrittura diventa così un atto creativo e trasformativo: aiuta a rendere manifesto ciò che è potenziale, e a ricordare che, in fondo, ogni lettore è anche uno scrittore — perché nel momento in cui legge, ricrea dentro di sé il significato delle parole.
Quali nuovi progetti sta valutando per il futuro? Esiste già un’idea o un tema che sente pronto per diventare il suo prossimo lavoro?
Sto lavorando all’idea di un nuovo progetto dedicato al tema dell’integrazione tra maschile e femminile, che sento oggi come una delle grandi sfide evolutive del nostro tempo.
Dopo Il respiro dell’Eterno, sento naturale proseguire questo cammino verso l’unificazione. È come se questo libro avesse aperto una porta sull’essenza, e il prossimo cercasse di esplorare come quell’essenza si manifesti nell’incontro tra gli opposti — dentro di noi e nel mondo.


