
“L’ombra ai miei piedi” di Rosanna Rizzo costruisce il suo percorso con pochi elementi, ma ben calibrati, riuscendo a generare un impatto emotivo significativo. La scrittura è lineare, quasi trasparente. Non cerca effetti particolari, non indulge in descrizioni eccessive. Eppure, proprio questa essenzialità permette al lettore di entrare rapidamente nella storia. Il mondo di Ada è fatto di dettagli concreti: il banco, la mensa, la palestra. Luoghi che diventano spazi di tensione. La frase “Nessuno si accorgeva che la gentilezza, quando è troppa, pesa” colpisce perché ribalta una qualità solitamente considerata positiva. Qui emerge una delle intuizioni più interessanti del libro: il modo in cui certi comportamenti, se estremizzati, diventano forme di difesa. Il tema del corpo è trattato con una sensibilità evidente. Il rapporto con il cibo, con lo sguardo degli altri, con il proprio spazio fisico costruisce una linea narrativa coerente e credibile. Un aspetto che funziona particolarmente bene è il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Non è segnato da un evento preciso, ma da un cambiamento progressivo. Gli “occhi diversi” degli altri diventano il vero punto di rottura, più ancora delle parole. Il progetto letterario si inserisce in una tradizione che richiama, per certi versi, alcune pagine di Bianca Pitzorno o Angela Nanetti, pur con un linguaggio più contemporaneo e diretto. L’Ombra, nel corso del libro, cambia funzione. Da presenza quasi passiva diventa una voce sempre più definita, fino a trasformarsi in un elemento con cui dialogare. Questo passaggio è gestito con equilibrio e contribuisce a dare profondità al racconto. Il finale, con Ada adulta che scrive e riconosce la propria Ombra, chiude il cerchio senza forzature. Non c’è una cancellazione del passato, ma una sua integrazione.


