Titolo evocativo quasi quanto la distopia elettronica mista a rock di periferie urbane che trasuda dal suono prodotto da Mauro Andreolli: “Solipsistic Horizon”, orizzonti di nuove società, di nuove frontiere, di nuove dimensioni umane. Il duo composto da Francesco Armani, polistrumentista e voce e Maurizio Viviani alla batteria, mi regala una spazialità sospesa, città nuove, nuove normalità. Mi regala la ricerca che non sfoggia chissà quale rivoluzione e neanche gioca carte di novità… si muove dentro personalità formate, solide, compiute. È un disco davvero molto interessante e presto potremo raggiungerlo anche dentro la foma vinile. In rete anche il video dell’unico brano in italiano: non si perde il piglio, non si gioca in ritirata. Almeno non quanto ci aspetteremmo dalla nostra lingua su queste scritture…

Un dialogo decisamente intenso tra basso e batteria. Siete partiti da qui? O è stato il giusto colore per il resto dell’elettronica?
È partito tutto esattamente da qui, da basso e batteria. Abbiamo passato molto tempo in sala prove ad affinare l’intesa tra questi due strumenti che definiamo i pilastri dell’album. Sul basso sono stati usati molti effetti analogici che spesso lo fanno suonare come un synth e questo spesso è la base di quel suono electro che si sente in gran parte del disco.
Le chitarre nel disco hanno un ruolo più decorativo che dominante, con almeno tre tracce sovrapposte per brano. Quali soluzioni tecniche avete adottato per ottenere questo effetto stratificato senza sacrificare la coerenza del mix?
Penso sia stato l’argomento principale del primo incontro con Mauro Andreolli che ha curato mix e master. Avevo ben chiaro che ruolo dovessero avere le chitarre e che posizionamento nel mix avrebbero avuto. Il mio modo di scrivere le chitarre è quasi sinfonico, senza accordi pieni, ma con stratificazioni armoniche che creano quasi un vento sonoro. Il tutto con uso pesante di effettistica di ogni tipo. Mauro non solo ha capito questa idea, ma è risuscito pure a migliorarla domando le asperità e conservando la definizione di tutte le armonie.
La scelta di sviluppare testi e linee vocali solo dopo aver completato la parte strumentale è un approccio che lascia molto spazio all’interpretazione musicale. Ci sono stati momenti in cui la musica ha suggerito direzioni inaspettate per i testi?
La musica ha sempre suggerito i testi, quindi non si tratta di un caso, ma del nostro metodo. Quando la parte musicale è finita si inizia a lavorare sulla melodia del cantato ed è questa a suggerire le parole. L’atmosfera del brano suggerisce invece l’argomento.
Il concetto di “orizzonte solipsistico” rimanda a un viaggio interiore e a un ideale irraggiungibile. Questo tema si riflette anche nella struttura musicale dell’album, ad esempio nella costruzione delle dinamiche o delle progressioni armoniche?
Credo proprio di sì, soprattutto verso la fine del disco. L’ultimo brano è la celebrazione di questo orizzonte, questa vista dalla Cima degli Obici (che esiste veramente ed è sopra il nostro studio di registrazione) che si spalanca davanti a noi e ci invita a riprendere il cammino per scoprire sempre qualcosa di nuovo. E infatti il cammino sta continuando con nuove date live in calendario e nuove idee per il prossimo disco.
Ha senso dire che questo disco è il manifesto della lotta interiore che abbiamo tutti?
Si, ma in senso positivo perché è una lotta interiore che ci fa crescere, che ci fa migliorare attraverso la sofferenza, l’impegno e la fatica. Non esiste una strada facile per diventare una versione migliore di noi stessi.


