Con “Malfidano”, Raffaele Murru riporta alla luce le sofferenze dei minatori sardi e delle loro famiglie, narrando il tragico eccidio di Buggerru. Attraverso gli occhi delle donne, lo scrittore offre un racconto intenso di coraggio, resistenza e lotta per la dignità umana, in una Sardegna dai contorni vividi.

Raffaele, è un piacere averti qui. Il tuo romanzo “Malfidano” ha una funzione educativa per il presente?

Non tanto educativa, ma di apprendimento, mi spiego meglio, l’interesse mio non è quello di educare le persone, quello non è compito mio, ma di uno stato totalmente assente sul tessuto sociale italiano, perché i problemi di cui tratto in Malfidano sono forti e presenti ancora oggi nella nostra società, sono problemi che sono mutati e si sono evoluti, un po’ a causa della loro complessità, un po’ a causa della nostra sottovalutazione del fenomeno nel corso dell’ultimo secolo da parte della nostra classe dirigente. Oggi è un diritto pagato con il sangue il fatto che venga data maggior riconoscenza al “tempo” dell’uomo e che gli venga riconosciuto, soprattutto sul lavoro, ma siamo ancora lontani dalla stabilità e dalla sicurezza lavorativa, e questo perché solo pochi eletti che non hanno problemi economici e stanno ai vertici del potere riescono ad averla vinta sul Dio Denaro e su una precaria condizione economico-sociale. Per questo motivo vorrei stimolare i lettori a conoscere la nostra storia, per capire per quale motivo ancora oggi persistono determinate problematiche nel sistema sociale, perché se questi problemi esistono è perché non ci siamo mai davvero adoperati per risolverli estinguendoli alla radice.

Come mai hai scelto di narrare proprio questo episodio?

È un episodio emblematico per la storia della Sardegna, perché lì a Buggerru, il 4 settembre 1904, nacque la coscienza collettiva dei minatori, invito a leggere Manlio Massole a riguardo. La miniera era un settore industriale strategico e la sua classe operaia è stata tenuta nell’ombra durante l’unità di questa nazione, era una classe vincolata al silenzio delle grida disperate dei minatori, proprio come quando stavano sotto terra, e veniva costantemente oppressa e repressa con la forza, come racconto in Malfidano, ogni qualvolta i minatori alzavano la propria voce. L’eccidio di Buggerru è il primo e uno di tre scioperi scoppiati in varie parti d’Italia che spinsero la Camera del Lavoro di Milano ad emanare il primo Sciopero Generale della storia di questo paese da quando esiste l’unità, quindi lascio a voi lettori la valutazione dell’importanza di raccontare tale episodio, con tematiche attualissime sotto ogni aspetto della narrazione.

Ritieni che i diritti dei lavoratori siano sacri, in un paese dove la stessa Repubblica è fondata sul lavoro? Pensi che si debbano fare ancora dei passi avanti in questo ambito?

In quel tempo c’era ancora la Monarchia e non si era ancora formato il concetto di unità nazionale, questo avvenne a seguito della prima guerra mondiale e i movimenti di resistenza che erano formati da leghe locali (precursori dei sindacati), iniziarono a riconoscersi all’interno degli scioperi solo a partire da maggio del 1906, a seguito di altri due eccidi avvenuti nel territorio minerario del sud-ovest della Sardegna, questo fa capire quanto il potere riuscisse a reprimere la classe operaia e a colpire ogni lavoratore nel singolo, privandolo dei propri sacrosanti diritti, uno in particolare, quello su cui si fonda oggi la nostra Repubblica, ossia il Diritto al Lavoro. Insomma è cambiato il sistema di potere ma il problema è rimasto. Oggi mi viene da ridere, perché in nome del “dare lavoro” si compiono le peggiori atrocità, come l’abuso di potere etc., e questo è dettato dal fatto che, le nostre Istituzioni, anziché rispettare la Costituzione, permettono alla classe dirigente di turno di trattare e ritenere il lavoro una concessione e non un diritto, oggi siamo sempre più schiavi di questo sistema di idee e la prova sta nel fatto che ci accontentiamo pure di quel poco che ci danno, perché almeno ce lo danno.

Per quanto riguarda la scrittura, come sei riuscito ad utilizzare la prosa lineare per trattare argomenti di questa rilevanza?

Ho scritto una sceneggiatura perché è quella che si presta più all’espressione diretta della ricostruzione di una realtà vero-simile all’interno della storia, attraverso una narrazione semplice, fatta da azioni alternate a battute (dialoghi) che si trasformano in immagini nella nostra mente. La sceneggiatura può essere schematica, dipende da come la si costruisce e quali canoni si usano, non esiste un solo modo di scriverla, ma il fatto che a dire quelle parole ci siano dei personaggi che noi ci immaginiamo in un determinato modo, le rende talvolta parole più forti e con un peso diverso, spesso più coinvolgenti rispetto ad una narrazione che ti spiega il tutt’intorno o ti suggerisce la costruzione delle tue immagini mentali. Ritengo che sia necessario dare un’idea del contesto, ma ritengo anche che far parlare i personaggi sia sempre più interessante di far parlare i narratori. Ho letto tante sceneggiature e quando sono ben scritte ti sembra di vedere i film, io ho provato a fare lo stesso gioco con la mia storia per lasciare lo stesso segno.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

More Posts - Website

Follow Me:
TwitterFacebookGoogle Plus

Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.