Parliamo di questo lavoro uscito per il binomio Matilde Dischi / Maionese Project, parliamo di “Vicini Margini” il disco di Angelo Iannelli, cantautore romano che ci porta con se dentro un viaggio a ridosso degli eccessi, dei margini appunto che la vita ci regala. Lo fa con una canzone italiana, pop, dal gusto adeso alle abitudini quotidiane ormai anche un poco sedimentate nell’immediato passato. Suoni che mi riportano alla mente colori e sospensioni metropolitane…

Parli di riscoperta di noi stessi. Come secondo te l’ascolto può funzionare a questo scopo? In cosa hai lavorato nello specifico?
Forse abbandonandosi alle suggestioni del disco, senza barriere di alcun tipo. Non è facile, lo so…

Ma restando sul tema mi incuriosisce sempre sapere: si scrive con l’intento di parlare agli altri o si scopre questa dimensione a seguire, riascoltando il disco?
Nel mio caso sicuramente a seguire, riascoltando il disco.

Parlando di produzione? Come hai lavorato al disco con i Fratelli Cosentino? E perché proprio loro?
Avevo in mente di dare al disco un tocco synth pop, colorato qua e là da sprazzi di anni Ottanta, e credo proprio che ci siamo riusciti. Più o meno durante la fase di produzione stavo leggendo l’ultimo romanzo di Bret Ellis, “Le schegge”, e da lì mi si è aperto un mondo di arrangiamenti tipici dei primi Ottanta, che reputavo confacenti alle canzoni del disco e che sono stati d’ispirazione, in qualche modo dentro di me, per gli arrangiamenti del mio album, il cui risultato finale è frutto del lavoro creativo dei Fratelli Cosentino. Su tutti, nel periodo de “Le schegge” ascoltavo i The Cars, gli Ultravox e i Flowers. Sono abiti che faccio indossare alle mie canzoni, ma mi piace molto variare e non fissarmi con gli stessi arrangiamenti. Le mie canzoni ancora precedenti, ad esempio, andavano da un’altra parte da un punto di vista dei suoni, e sicuramente in futuro mi piacerebbe scoprire nuovi mondi che poco c’entrano con quelli già esplorati. Non credo che “Vicini margini” abbia la pretesa di inventare formule musicali nuove, ma l’unicità va ricercata nella particolarità delle storie raccontate, dei testi e nell’urgenza comunicativa degli stessi.

Riccardo Corso, Annalisa Parente: cosa spinge la propria urgenza ad affidarsi alla penna altrui? È una sorta di incontro umano?
Non c’è stata nessuna urgenza in questo caso. In effetti, insieme a “Il bambino di Aleppo”, “DAG” e “Paolo a Francesca” sono gli unici brani di tutta la mia discografia non firmati esclusivamente da me. Riccardo e Annalisa mi hanno proposto rispettivamente una parte della melodia (“DAG”) e un testo (“Paolo a Francesca”) che reputavo molto interessanti, per cui ho accolto con grande piacere la possibilità di collaborare con due artisti che hanno creato, a mio avviso, qualcosa di molto valido. Certo è che, come ho dichiarato in altre interviste, sono contrario a un’arte che si apra così tanto alla comunione autorale da avere sei, sette o addirittura otto autori diversi, come purtroppo spesso accade nelle canzoni contemporanee. La trovo un’operazione commerciale, più che un’espressione artistica.

In bilico tra sogno e realtà e forse “DAG” sembra esserne il manifesto. Avverto in tutto il disco una leggera patina di nostalgia… anche nel suono. Vero?
Sono completamente d’accordo con te, nel disco malinconia, nostalgia e ironia viaggiano paralleli.
Grazie.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.