di Michel Emi Maritato
Con la vittoria del Si un Parlamento di 600 rappresentanti, a partire dalla prossima legislatura
Si, no, ni, non so. Nei giorni che hanno preceduto il referendum sul taglio dei parlamentari – per dirla correttamente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari” – ne abbiamo sentite di tutti i colori da parte dei fautori e/o detrattori dell’una o dell’altra opzione. In realtà, sfidiamo chiunque a spiegarci compiutamente per che cosa si è votato e in che punto si è andati a incidere rispetto al grande tema della rappresentanza parlamentare. Proviamo, in termini comprensibili, a entrare nella materia, senza avere la presunzione di assurgere a esperti costituzionalisti. Ha trionfato il Si e questo significa che la maggioranza dei votanti (69,64%) ha scelto di confermare il taglio, contro i No che al 30,36% si battevano perché tutto restasse invariato. Non deludente la partecipazione al voto, considerati i timori Covid-19, che si è attestata al 53,84%. Ci si chiede ora, quali scenari si aprano in futuro considerato che la riforma dovrebbe vedere la luce, “giochi” politici permettendo, soltanto dall’inizio della prossima legislatura. In primo luogo, chiariamo l’oggetto del nostro voto: un testo di legge costituzionale approvato dal Senato a maggioranza assoluta e dai due terzi dei componenti della Camera. Le norme vanno a incidere su tre articoli della Costituzione, il 56, il 57 e il 59 pertanto la legge che le modifica non poteva che essere di uguale rango: costituzionale piuttosto che legge ordinaria e, per tale tipo di disposizioni, è ammesso entro tre mesi dalla data di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale – in questo caso è la numero 240 del 12 ottobre 2019 serie generale – il referendum popolare per saggiare gli umori della collettività. Può essere richiesto da un quinto dei membri di una Camera, cinquecentomila elettori, o cinque Consigli regionali. Nel nostro caso la richiesta è partita da 64 senatori, di cui 41 di Forza Italia, 3 del Movimento 5 stelle, primo e agguerrito sostenitore del taglio dei parlamentari e due leghisti provenienti proprio dalle file dei grillini. Con la vittoria del Si, sono molti coloro che non potranno più aspirare a una candidatura. In sintesi, la modifica dell’articolo 56 riguarda il numero dei componenti della Camera, che ora diventano 400 in luogo dei precedenti 630; identico discorso per l’articolo 57 della Carta, che disciplina il numero dei senatori che da 315 diventano 200. Viene anche inserito, accanto al termine Regione quello di Provincia autonoma, nel rispetto delle autonomie locali (Trento e Bolzano) e si fa cenno alla ripartizione degli eletti in base al principio di rappresentanza, distribuendo i seggi in proporzione ai residenti risultanti dall’ultimo censimento della popolazione. Viene riveduta la nomina dei senatori a vita, articolo 59, specificando che questi non potranno mai superare il numero di cinque. Modifiche molto semplici, nulla di artificioso anzi, nel percorso lineare di cambiamento, appare soltanto una certezza: dai 945 parlamentari attuali, si passa a 600 – 400 alla Camera e 200 al Senato – senza alcun attentato alla rappresentanza dei piccoli territori, considerato che la ripartizione degli eletti rispetta tale principio. Certamente, alcune riflessioni vanno fatte. Rammentando le parole di uno dei Padri della Costituzione, Umberto Terracini, secondo cui “Quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo si incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti”, non possiamo che rafforzare la nostra attenzione e vigilanza democratica sull’azione dei nostri parlamentari. Anche nell’attuale composizione di 945 membri, non possiamo negare quanto spesso, gli eletti dei cittadini, vengano esautorati nei propri poteri da una politica che concentra tutto nell’esecutivo, è impronta di decreti-legge o i famosi Dpcm che in tempo di Covid-19 stanno imperversando. Così come hanno perso di peso tutte le assemblee elettive, espressione della collettività, per cui si sente parlare del primato dei “governatori”, che poi governatori non sono mai stati o, in passato, ci fu l’egemonia del “partito dei sindaci”. Ecco, la vittoria del Si non deve rafforzare questa tendenza al predominio dell’uomo solo al comando. Al contrario, deve impregnare ogni cittadino di principi quali l’esigibilità del diritto alla trasparenza, l’applicazione del principio costituzionale della sussidiarietà (articolo 118), la rivendicazione della partecipazione della società alle scelte importanti. In tutto ciò, entra prepotentemente la prossima riforma elettorale che disegnerà in modo indelebile il nostro futuro di cittadini e non di sudditi, a cominciare dalla cancellazione dei cosiddetti “nominati” dalle segreterie di partito nella corsa al Parlamento. In questo, la vittoria del Si può rappresentare una rigenerazione e la vera novità di questa tornata referendaria.
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