Di Francesca Papagni
San Giovanni Rotondo, 28.06.2015 – Parco del Papa: Al termine della tanto attesa rappresentazione di teatro sociale “…Ma liberaci dal mare…”, opera di Christian Palladino, giovane regista, nonché vero e proprio conduttore (nel senso artaudiano del termine) di quell’ancora inesplorato “teatro esperienziale dell’accadere”, il pubblico è scoppiato in un fragoroso applauso, reduce da una coinvolgente e toccante performance, in cui è stato letteralmente accorpato al piccolo cast di attori-partecipanti.
Un’odinaria realtà che si rovescia per divenire trasfigurazione del dramma: In molti, una volta entrati nel locus d’esecuzione della scena, rigorosamente all’aperto, hanno pensato che si trattasse di una comune e classica recita, per lo più con estratti in vernacolo. Gli elementi falsari, prefigurazione di un tale pensiero – assolutamente non ben calibrato – sono stati: la pacata e ragionatissima introduzione del regista, il quale si è intelligentemente soffermato sui motivi di un teatro sociale realistico, citando alcuni passi tratti da “Il teatro e il suo doppio” del celebre Antonin Artaud, e il suo lasciar spazio ad un’allegra combriccola compaesana, che si apprestava, come da copione, a interpretare e simulare compassionevoli scene di vita quotidiana. «Un qualcosa di già visto!», si potrebbe fin qui elaborare. Peccato che le grida canzonatorie e goliardiche del gruppo di attori si siano di colpo trasformate in urla di sgomento, per lasciare spazio a un catastrofico rovescio della situazione; da un normalissimo contesto familiare, tutto è piombato in un’atmosfera angosciante, opprimente, caratterizzata dallo sgomento e dal caos generale (causato anche dal verosimile lancio nella scena di fumogeni, bombe carta, e da proiezioni militari sui muri): è l’ambivalenza della realtà di guerra la regina del campo.

Il pubblico, totalmente stordito dagli effetti scenotecnici usati, è stato poi letteralmente preso in ostaggio da un gruppo di marines, apparso di soppiatto nel buio della notte, ed è stato condotto su e giù per il parco in cunicoli e strettoie del terrore, in cui sono venuti fuori orrore e disagio, tipici di un contesto guerrigliero. Non sono mancati imbarazzanti controlli e accesi dibattiti tra spett-attori-ostaggi e soldati. I loro scorbutici ordini, cadenzati da una scurrile parlata locale (“Muoviti! Sei lento come una lumaca!”, “Cosa diavolo hai da ridere?! Dillo! Adesso rideremo insieme, io e te!”, “Puzzi di lercio! Hai qualcosa di sospetto!”) hanno fatto sì che quella rivoltante sensazione di severo imbarazzo, tipica di scene di guerra viste solo al grande schermo, divenisse amaramente reale; per non parlare della soffocante e disastrosa situazione scoperta una volta giunti all’interno dei cunicoli situati al di sotto del parco. Ammassato come lercio materiale bellico abbandonato in una stiva navale, il pubblico questa volta ha subito l’ingiuriosa visione di due attori-torturatori, che a turno si sono presi gioco della misera condizione economica nella quale si trovava un gruppetto di sciagurati spett-attori, imprigionati in una rete metallica (visione che può a tratti ricordare i clandestini ingiuriati da società e clero in V.Hugo, op.“Notre Dame de Paris”); ad ammorbare ulteriormente l’irrespirabile aria si è poi aggiunta la scontatezza di una provata giornalista, che ha tentato di includere nella sua intervista anche coloro che giacevano al di fuori della prigione, un cameramen dall’aspetto cupo, e una convincente e temeraria guardiana della dolorosa prigione. 
Per la prima volta gli spett-attori hanno toccato con mano la forza sprezzante della catastrofe, che si abbatte repentinamente nelle vite di immigrati, clandestini, e di tutti coloro che sono costretti ad emigrare per cause di forza maggiore; per la prima volta il tanto declamato pre-giudizio comune è diventato tangibile, il cittadino è divenuto “il clandestino”. L’odissea del gruppo di attori è volta al termine nell’ultima parte dello spettacolo, nella fuga dal mare, per lo stesso mare. Disperazione, frustrazione, e male di vivere hanno qui toccato altissimi livelli, sfociati in riflessioni meditate sul senso della vita e della morte (una delle attrici è stata scaraventata in mare dopo aver ceduto alle pressioni estenuanti degli stenti), e sono dilagate in quello stesso mare, dopo un simbolico guasto al motore con conseguente fuga dei due disgraziati torturatori, per poi tramutarsi in una dinamica trasformazione volta a celebrare – in un crogiuolo di linguaggi e di citazioni ad opera del regista – il culto, e l’importanza della diversità nella storia e nella società; poco importa se sia un espatriato o un individuo locale a scrivere il progresso armonico di una civiltà: ciò che conta è il cambiamento, e con esso l’attendibilità, la positività e l’evoluzione della formamentis (nella massima veridicità del termine) con i quali ci si dedica ad esso!
„Ecco l’angoscia umana in cui lo spettatore dovrà trovarsi uscendo dal nostro teatro. Egli sarà scosso e sconvolto dal dinamismo interno dello spettacolo che si svolgerà sotto i suoi occhi. E tale dinamismo sarà in diretta relazione con le angosce e le preoccupazioni di tutta la sua vita. Tale è la fatalità che noi evochiamo, e lo spettacolo sarà questa stessa fatalità. L’illusione che cerchiamo di suscitare non si fonderà sulla maggiore o minore verosimiglianza dell’azione, ma sulla forza comunicativa e la realtà di questa azione. Ogni spettacolo diventerà in questo modo una sorta di avvenimento. Bisogna che lo spettatore abbia la sensazione che davanti a lui si rappresenta una scena della sua stessa esistenza, una scena veramente capitale. Chiediamo insomma al nostro pubblico un’adesione intima e profonda. La discrezione non fa per noi. Ad ogni allestimento di spettacolo è per noi in gioco una partita grave. Se non saremo decisi a portare fino alle ultime conseguenze i nostri principi, penseremo che non varrà la pena di giocare la partita. Lo spettatore che viene da noi saprà di venire a sottoporsi ad una vera e propria operazione, dove non solo è in gioco il suo spirito, ma i suoi sensi e la sua carne. Se non fossimo persuasi di colpirlo il più gravemente possibile, ci riterremmo impari al nostro compito più assoluto. (A.Artaud, cit. da ‘Il teatro e il suo doppio’)”
L’essenzialità del “Wort-Ton-Drama”: Altra fonte cardine e inesauribile dalla quale il regista ha attinto per la riuscita psico-emotiva dello spettacolo è sicuramente stata la triade del “Wort-Ton-Drama” (cit. R.Wagner). Essendo l’opera al servizio del dramma, le sue componenti, ovvero la parola (Wort) la musica (Ton) e la scena (Drama), devono fondersi in un’unica creazione artistica, o opera d’arte totale (Gesamtkunstwerk), completa in sé stessa; perciò intere scene, citazioni letterarie, come quelle di A.Artaud, e personali, come quelle finali del regista (ispirate da: “L’Orda: quando gli albanesi eravamo noi”), sono state accompagnate dal prezioso sottofondo di tracce musicali, quali: ‘Sigonella’, di Ivano Fossati, ‘Marenostro’ dei Gang, “Sola, perduta, abbandonata”, tratta dalla straordinaria opera “Manon Lescaut” di G.Puccini, ‘Guaranteed’ di Eddie Vedder.
„È essenziale porre fine alla soggiogazione del teatro al testo, e ristabilire la nozione di un tipo unico di linguaggio, a metà strada tra gesto e pensiero. (A.Artaud, cit. da ‘Il Teatro e il suo Doppio’)”
“…Ma liberaci dal mare…” è senza dubbio una moderna pièce di teatro sociale che meriterebbe di essere visionata da tutti, in particolar modo dagli avvezzi al teatro classico, ricco di cliché e di costruzioni di matrice rituale, poiché è libera espressione dell’anthropos e di cultura psicologica, volta alla comprensione di fenomeni etici, ma non solo.
Non si tratta di quell’additata “cultura selettiva, altezzosa, d’élite”, bensì di uno straordinario strumento di interiorità, e chi la semina, raccoglie ricchezza spirituale, nonché salute!
„Si può essere istruiti senza essere veramente colti. L’istruzione è un vestito. La parola istruzione significa che una persona si è rivestita di conoscenze. È una vernice, la cui prensenza non implica necessariamente il fatto di aver assimilato quelle conoscenze. La parola cultura, di contro, significa che la terra, l’humus profondo dell’uomo, è stata dissodata. (da A.Artaud, ‘Basi universali della cultura, in Messaggi rivoluzionari’, p.110)”
NDR.*Recensione: Francesca Papagni; Citazioni: Antonin Artaud; Spettacolo teatrale condotto da: Christian Palladino, Gabriella Campanile; Foto dell’evento: Alessia Azzarone.



