di Stefania Paolino

Dopo gli scontri del Primo Maggio e la pornografia che ne è stata fatta dai media, sembra impossibile contestare –pur a parole- l’Expo senza passare da bastiancontrario. È da nichilisti e masochisti, da chiacchieroni che non riusciranno a fermare il treno del fare, il treno dei “pronti alla vita”. Ma una vita che è quella di sempre, di dopo e di prima dell’Expo, a dispetto dell’aura rivoluzionaria assegnatale dal Governo Renzi. Gli italiani, oltre che aumentare il lavoro in nero, gli stage e gli apprendistati sottopagati, i volontariati, possono continuare a fare alcune cose, come immagini di design, moda, cibo e recuperi all’ultimo minuto, immagini del quattro a tre con la Germania, immagini di riforme scolastiche su lavagna, immagini di Sorrentino con l’Oscar, immagini dell’atavica laboriosità meneghina che cancella i segni della devastazione. La vita e l’identità dell’Italia sono ben custodite. Forse una novità però c’è: l’interesse a Nutrire il Pianeta. Non più soltanto un’Italia del Made in Italy, che vuole far pagare a caro prezzo il suo cibo, o meglio l’immagine del suo cibo, ma anche un’Italia che si preoccupa di combattere la fame nel mondo. Non più soltanto un’Italia del cemento, ma anche un’Italia che vuole parlare di orti verticali salva-spazio. L’una non esclude l’altra. Un collage di contraddizioni edulcorato dalla spettacolarizzazione e dalla vendita di immagini del territorio e del suo cibo: mangiamo e paghiamo il cibo e l’immagine del cibo a prezzi eccellenti e, nello stesso tempo, mangiamo e paghiamo per sentirci parte di un altro mondo, quello della fame. Ma non è proprio così. Il turismo con destinazione Expo 2015, nell’uso di questa immagine di eticità, sembra voler produrre la stessa incomprensione che sottende al turismo di volontariato, basato sull’aiuto alle popolazioni locali. Soprattutto nei Paesi più colpiti dalla fame, è però “difficile pensare che l’incontro turista-nativo possa basarsi su un rapporto etico. A meno di non voler far finta di niente, di non voler considerare la profonda asimmetria che ha fatto sì che io possa andare in Africa (per diletto), mentre quel ragazzo che mi chiede quanto è costato il biglietto non può nemmeno andare dal suo villaggio alla capitale con una corriera” (M. Aime). Un’immagine di sostenibilità, di responsabilità etica che passa, oltre che dal cibo, dal recupero del territorio, che è recupero del passato: messa a nuovo di cascine, di aree rurali, di vie d’acqua. Un’opera che Gianni Celati definirebbe di restauro cosmetico: “cosa fare delle nostre rovine, cosa fare di tutto ciò che è arcaico e sorpassato e non può essere smerciato come un altro articolo di consumo? […] Per l’uomo moderno la vecchiaia e la malattia sono una specie di scandalo. Tutto ciò che crolla per vecchiaia (dalle case alle facce) deve essere sottoposto a una forma di restauro cosmetico. C’è da chiedersi se in tutto ciò non vi sia un tremendo rifiuto del mondo, che si spande sempre di più con la produzione di immagini spettacolari di consumo”. La cancellazione delle tracce del tempo che passa, anziché stabilire un rapporto etico e sostenibile con il territorio, sembra più che altro stabilire una negazione di esso e creare un’immagine di eticità da vendere ai turisti, agli investitori, agli stessi cittadini.

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Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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