Perché il Kenya è davvero un nostro problema.
Perché nessuno, in alcuna parte del mondo, dovrebbe morire per la guerra.
Perché ogni giovane dovrebbe avere il diritto di studiare, di realizzarsi, di vivere ogni giorno con quella passione che cambia il mondo. Di avere dei sogni. E di poterli realizzare.
Perché morire mentre si studia è impensabile, specie se parliamo di quel XXI secolo che ha conosciuto un’evoluzione culturale, tecnologica, industriale e di pensiero differente rispetto al passato.
Perché oltre al terrorismo “fisico” c’è dietro un terrorismo più sottile, psicologico che ci allontana ogni giorno dai nostri simili portando la paura nei nostri occhi.
Perché il Kenya, l’Ucraina, l’Asia, il Sud America non sono lontani da noi.
Lo sono solo se pensiamo ai confini, al mare e alle montagne come linee per dividere la gente, piuttosto che unirla.
Lo sono nel momento in cui non pensiamo che la guerra, le bombe, i morti fino a qualche anno fa ce li abbiamo avuti anche noi.
E magari erano i nostri nonni, i nostri padri, fratelli e amici.
Perché il Kenya è anche un nostro problema?
Perché se fino a due mesi fa eravate tutti “CharlieHebdo” adesso vi è doveroso ricordare 150 giovani studenti e studentesse come voi che sono stati uccisi senza pietà, mentre le famiglie all’altro capo del telefono sentivano le loro voci straziate, senza poter far nulla.
Perché l’unica speranza è non dimenticare quanto è successo, tra qualche settimana.
Indignarsi e imparare che c’è un mondo in guerra oltre la nostra tecnologia, la nostra modernità e i nostri pensieri.
Il Kenya è un nostro problema.

