di Giovanni Lucifora

Come dice la sorella Ilaria, l’assoluzione di tutti gli imputati nel processo d’Appello è stata una vittoria. In effetti più passano i giorni e più aumentano le dichiarazioni soprattutto a livello istituzionali di solidarietà alla famiglia Cucchi. Il presidente del Senato Pietro Grasso ha detto che le istituzioni devono cercare la verità e che questa morte non deve essere stata vana. Ed è in sostanza quello che pretende l’opinione pubblica.

A Diritto di Cronaca (la trasmissione in onda dal lunedì al venerdì su Teleromauno – che 271 dig. terr.) abbiamo chiesto un parere all’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, innanzitutto sulla sentenza di assoluzione poi sui rapporti con alcuni sindacati delle forze dell’ordine ma soprattutto capire se oggi, la morte del geometra 31enne di Tor Pignattara, non possa servire a cambiare qualcosa.

“Sulla sentenza di assoluzione – chiarisce subito l’avvocato Anselmo – non mi sento di puntare il dito contro la Corte d’assise d’appello finché non avrò letto la motivazione. C’è da dire che purtroppo questo processo ha sofferto il contrasto tra la pubblica accusa e la parte civile che rappresentava la famiglia della vittima. Questo contrasto in appello non si è fortunatamente verificato ma purtroppo era oramai troppo tardi”.

In effetti dal processo è emerso che le violenze Stefano le ha subite ma evidentemente alla sbarra non c’erano i responsabili dell’omicidio.

“Io ho un enorme rispetto per il presidente D’Andria (presidente della Corte d’appello, ndr) e per i giudici, quindi valuteremo le motivazioni. Questo però – prosegue Anselmo – è un epilogo inaccettabile e non lo dico perché vogliamo capri espiatori, anzi; non vogliamo che vengano ancora una volta calpestati i diritti di garanzia come è accaduto a Stefano, noi vogliamo solo la verità.”

A questo punto potrebbe aprirsi un nuovo processo?

“Difficile rispondere. Spero di incontrare presto il procuratore della repubblica Giuseppe Pignatone come ha già anticipato nelle sue intenzioni. Per il momento lo hanno incontrato i familiari privatamente anche per far tornare la serenità nei rapporti con l’ufficio del procuratore.”

Una vicenda che tutto sembra fuorché all’epilogo però…

“Quello che posso dire è che la vicenda Cucchi non è certamente finita. Siamo determinati, vogliamo arrivare fino in fondo per ottenere giustizia andando, se necessario, anche alla Corte europea dei diritti umani.”

Alla lettura della sentenza di primo grado nell’aula di Rebibbia si è alzato un dito medio verso i familiari di Stefano.

“Quel dito medio non ci coglie di sorpresa rispetto al clima processuale che abbiamo vissuto nella vicenda specifica di Stefano Cucchi ma anche in altri processi simili. Anche alle dichiarazioni di alcuni responsabili sindacali che sembra vivano in un altro Paese, se non in un altro mondo, ormai siamo abituati. Ormai non feriscono più di tanto la famiglia Cucchi.”

Un sindacato ha anche intenzione di querelare Ilaria Cucchi perché fomenterebbe odio verso le forze dell’ordine.

“Questo dimostra che a questo punto non c’è limite alla mancanza del senso di realtà. Sono proprio queste dichiarazioni e questi atteggiamenti che ledono il rapporto di fiducia tra la gente e le forze dell’ordine. Dai sindacati ci si aspetta solidarietà e non accanimento offensivo e talvolta, dal punto di vista verbale, anche violento.”

La morte di Stefano potrebbe essere stata almeno ‘utile’ per cambiare?

“E’ una domanda da brividi. Da 10 anni seguo processi di questo genere: ne conosco la fatica e l’impegno psicologico e fisico. Stefano Cucchi ha sofferto terribilmente. La famiglia lo dice sempre: non era un eroe ma adesso è diventato un simbolo di malagiustizia rispetto ai più deboli, agli ultimi. Lui ha solo subito e basta. E’ morto e quello che è accaduto è sotto gli occhi di tutti. Credo che sia proprio questo il motivo per cui sia stato ‘adottato’ dalla gente che ha finito per volergli bene, forse anche per le caratteristiche fisiche: esile, magro, sorridente, scanzonato come appare nelle immagini familiari. Quello che voglio dire è che ormai è diventato un simbolo. Rappresenta la voglia di riscatto e la voglia di poter credere che la legge sia uguale per tutti. In questo senso devo dire che i comunicati dell’Anm (Associazione Nazionale Magistrati, ndr) e di Magistratura Democratica sono finalmente benvenuti. Qualcosa speriamo che cambi e che questi casi in Italia possano essere trattati giudiziariamente e ‘politicamente’ come avviene negli altri Paesi europei in particolare in quelli di stampo anglosassone.”