di Elena Sparacino
Lo aveva promesso, Petrini, in chiusura della cerimonia d’inaugurazione, che a quest’edizione del Salone non si sarebbe mancato di trattare il delicato tema che lega l’immigrazione alla manifattura di quello che potremmo definire “il nuovo made in Italy”, con la presenza a Terra Madre di diversi nuovi contadini “italiani ma che italiani non sono”: «Maghrebini che fanno la fontina in Valle d’Aosta, indiani che mungono le vacche per la produzione di parmigiano reggiano, macedoni che raccolgono l’uva per il Barolo: persone rispettate e ben integrate, alle quali oggi l’agroalimentare di qualità deve molto». L’importanza del lavoro degli stranieri in Italia – in particolare nel mondo agricolo – è un concetto molto caro e più volte ribadito dal Presidente di Slow Food, analizzato con dovizia in una conferenza dal tanto provocatorio quanto esplicito titolo: Te lo do io il Made in Italy.
Stando al ragionamento di Petrini, si tende troppo spesso a non considerare il ribaltamento delle parti: basta tuffarsi in un excursus storico per riesumare la tradizione migratoria che vide lo spostamento di 24 milioni di Italiani tra il 1880 e gli anni Trenta del Novecento. Oggi, quello dell’immigrazione resta uno dei temi caldi dello Stivale, che un po’ per benessere e molto per collocazione geografica diventa porto di sbarco per l’insediamento e il passaggio di migliaia di stranieri in fuga o cerca di fortuna; gli stessi stranieri, spesso accettati solo per lavori in nero che non consentono loro di regolarizzarsi, finiscono per inserirsi nella catena del commercio soprattutto nel Primario, senza che però venga loro effettivamente riconosciuto ruolo alcuno nei processi di produzione delle etichette di Casa Nostra: «La nostra agricoltura deve moltissimo alla presenza dei nuovi italiani: penso ai sikh che mungono le vacche per la produzione di Parmigiano reggiano o ai macedoni che raccolgono l’uva per il Barolo. Eppure viviamo di contraddizioni e di mancanza di memoria: la stessa città che nel 2015 ospiterà l’Expo, due settimane fa ha visto sfilare un milione di persone che vorrebbero cacciare gli extracomunitari».
In linea con la matrice del movimento Slow Food, segue incalzando: «E poi ricordiamoci che il nostro Paese è figlio del meticciato, pensiamo alla cucina tradizionale: la pasta col pomodoro è quanto di più italiano ci sia, ma la pasta è nata in Oriente e il pomodoro nelle Americhe; polenta e baccalà è un pilastro della cucina veneta, ma il mais è originario delle Americhe e il baccalà arriva dalla Norvegia… Insomma, un Paese che è cresciuto grazie al meticciato non può averne paura». Non vuole trattarsi dunque di una chiusura di frontiera (anche, se non soprattutto, in senso gastronomico) quanto piuttosto di un’apertura all’integrazione volta al potenziamento e alla preservazione di un tipo sano di varietà locali.
Il Segretario generale della CGIL Susanna Camusso si è espressa più sul lato pragmatico della questione, condividendo le sue preoccupazioni in merito alla parziale secretazione del nuovo trattato commerciale con Usa e Canada, con il Tribunale delle Imprese che punta a scavalcare le leggi dei singoli Paesi a favore delle grandi multinazionali. Ne ha analizzato alcuni aspetti morali, ripiegando poi però sul versante schiettamente economico: «Senza gli immigrati il nostro Pil scenderebbe dell’11%». Non tralascia la considerazione di alcune questioni sulle quali, a tal riguardo, sarebbe a suo avviso opportuno mettere mano: il miglioramento delle condizioni di vita in primis, per sfavorire l’istituzione progressiva e ‘obbligata’ di antigeniche e degradate baraccopoli o tendopoli.
Inoltre, accenna a una forte necessità di completare la legge sul caporalato (lo sfruttamento criminoso della manodopera lavorativa, con metodi illegali) introducendo la corresponsabilità dell’azienda, «perché è praticamente impossibile che non sappia quali sono le condizioni dei suoi braccianti. Bisognerebbe poi che fosse introdotta per il conferimento dei marchi etici anche la variabile della correttezza nei rapporti di lavoro. Infine, sarebbe il caso di finirla con la favola secondo cui un mercato del lavoro con meno regole aiuta l’economia: l’agricoltura è lì a dimostrare che non è vero». L’intervento viene supportato dall’apporto emozionale di Yvan Sagnet, tra i protagonisti della rivolta contro il caporalato a Nardò (Lecce) nel 2011 e oggi Coordinatore regionale per l’immigrazione Flai Cgil Puglia. Ex bracciante sfruttato poi riscattatosi, garantisce per esperienza propria (e dati alla mano) che «su 1400 aziende controllate, è risultato che il 40% ha qualche forma di illegalità, percentuale che sale al 50% se si fanno rientrare anche quelle che pagano pochissimo i dipendenti». Ancora più complicato risulta individuare simili abusi nelle ‘zone grigie’ non illuminate dalla copertura mediatica o da un accurato apparato di controlli: «visto che per avere diritto alla previdenza sociale bisogna lavorare almeno 51 giorni – spiega – molti imprenditori aggirano questa regola truccando i registri delle presenze o mandando via prima i lavoratori».
Ma la stoccata sul versante legislativo arriva da Lorenzo Trucco, Presidente dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, profila l’urgenza di “recepire per intero” la Direttiva Europea 52, comprendendo l’obbligo di informare i lavoratori dei loro diritti. Lo stesso rapporto tra agricoltura e immigrazione, difatti, mette in luce diverse contraddizioni del rapporto tra agricoltura e immigrazione, «gravi violazioni dei diritti dei braccianti, simili allo schiavismo: orari spropositati, salari ridicoli, precarie condizioni igieniche e abitative. Il lavoratore subisce grossi ricatti ed è impossibilitato a far valere i propri diritti. Una soluzione? Svincolare la perdita del lavoro dalla revoca del permesso di soggiorno».


