Dietro le canzoni di “whynotfrank” si nasconde una riflessione profonda su identità e cambiamento. In questa conversazione l’artista racconta come nascono le canzoni, da dove arrivano le immagini dei testi e quale ruolo hanno le esperienze personali nella scrittura musicale.

Ascoltando l’introduzione dell’album si ha quasi la sensazione di attraversare un portale narrativo. L’“Intro” sembra proprio una soglia tra ciò che eri e ciò che stai diventando. Era questo il ruolo che volevi darle?
“Intro” nasce come una soglia, un punto di passaggio più che un vero e proprio brano. Volevo che desse la sensazione di entrare in uno spazio nuovo, portandosi dietro frammenti di quello che c’era prima, senza restarci dentro. È un momento sospeso: non sei più dove eri, ma non sei ancora arrivato. Da lì il disco inizia a prendere forma, come un attraversamento consapevole in cui accetti di andare avanti senza voltarti indietro.
Nel brano “Drama Style Communication” racconti un modo di comunicare che diventa quasi teatrale e travolgente. Quanto le relazioni personali influenzano la tua scrittura musicale?
Le relazioni, o meglio le interazioni sociali, influenzano molto la mia scrittura, mi interessa raccontare le dinamiche che si creano tra le persone. “Drama Style Communication” parla di un modo di comunicare che si carica, diventa quasi una messa in scena, dove tutto è amplificato e il senso rischia di perdersi. Il brano sta proprio lì, nel momento in cui ti accorgi di questa cosa l’unico modo per preservarsi è fare mezzo passo indietro e smettere di stare al gioco.
Piccolo commento personale: la canzone “Dissonance” sceglie volutamente l’attrito invece dell’armonia. È un’idea molto affascinante ma anche rischiosa musicalmente. Ti piace lavorare proprio su questi punti di tensione?
Sì, molto. La dissonanza mi attrae quando non è fine a sé stessa, ma una tensione che tiene viva la relazione tra i suoni. Quando due elementi non combaciano e continuano a stare insieme, si apre uno spazio più instabile ma anche più espressivo. È lo stesso tipo di dinamica che succede tra le persone, non ci si incastra sempre in modo pulito, ma è proprio in quell’attrito che si capisce cosa regge davvero e cosa no. Io non l’ho percepita come rischiosa. In quel momento era l’unica soluzione possibile, e l’esito di una canzone è troppo imprevedibile per lasciarsi bloccare.
Guardando al futuro, pensi che continuerai a sviluppare album concettuali come questo oppure ti immagini anche progetti più immediati e spontanei?
Questo disco aveva bisogno di quella forma, di quel tempo e di quel tipo di costruzione. Era inevitabile che diventasse così. Non è una scelta tra “concettuale” o “spontaneo”, è capire di volta in volta cosa serve davvero al brano. Adesso sento l’esigenza di muovermi in modo diverso. Sto tornando alla mia dimensione originaria, alla chitarra, in questo caso una baritona acustica in accordatura aperta, e a una scrittura più essenziale, che mantiene la sua profondità. In questo momento la direzione è più nuda, ma anche più centrata.


