A distanza da circa un anno dall’ascesa al governo di Matteo Renzi sono in molti gli italiani rimasti delusi dall’assenza di significativi cambiamenti della politica che conoscevamo già. Renzi anzi si è infilato senza adeguata preparazione in un tunnel che potrebbe decretarne -se non la fine- quantomeno un discreto ridimensionamento: il dissidio interno al partito (cresciuto anziché diminuito, che quasi sicuramente porterà a una scissione), lo scontro frontale con i sindacati (pronti andare battaglia su qualsiasi argomento pur di far vedere che esistono ancora, ma pur sempre una forza sociale), una dialettica sempre più serrata con un Berlusconi redivivo sul patto del Nazareno e sulle sue implicazioni nella scelta del nuovo Presidente della Repubblica ( proprio nel momento in cui la medesima dovrebbe riformare la propria costituzione), un’economia che mostra altri segni di cedimento mentre egli aveva sperato di avere subito un primo riscontro dalle iniziative intraprese, la fine di un semestre di presidenza italiana nell’UE che egli aveva sperato di utilizzare per far passare significative misure a sostegno degli investimenti, ed infine la nomina inutile della sua fedelissima Federica Mogherini e quella dannosa di Junker, fattoci ingoiare senza tanti complimenti dalle èlites della Mitteleuropa che ha subito varato un ambizioso quanto impossibile piano di investimenti infrastrutturali europei non coperto da alcuna vera previsione finanziaria, perciò fantasioso nella forma e sterile nella sostanza!
Cosa c’entra questa bella infilata di guai del nostro Premier con la tenuta dell’Unione Europea e soprattutto della Divisa comune? Non poco, a quanto pare, dal momento che la ripetuta ingovernabilità italiana fa il paio con la crescita del deficit e del debito pubblico, con il perdurare della crisi di fiducia nel nostro Paese e conseguentemente con la mancata ripartenza degli investimenti produttivi e con la possibile caduta verticale del merito di credito del nostro debito pubblico, proprio in un momento in cui la Grecia sta arrivando ad una possibile svolta (tuttal’tro che certa però), la Francia potrebbe vedere vincitrice Marie Le Pen, l’Inghilterra potrebbe decidere a primavera di uscire dall’Unione e i mercati potrebbero persino anticipare lo scenario con un tonfo che oggi nessuno si aspetta. È solo un’ipotesi, ma d’altra parte nella tenuta della costruzione comunitaria l’Italia rappresenta un tassello essenziale che sta andando rapidamente fuori posto: la mancata ripresa economica è figlia di riforme incerte e di portata troppo limitata, mentre il mancato aiuto europeo trova giustificazione nel mondo tedesco proprio nell’inutilità del dare una mano (almeno dal punto di vista degli investimenti infrastrutturali e delle facilitazioni monetarie) ad un Governo capeggiato da un’anatra divenuta zoppa e a una periferia dell’Europa che vede in forse la stessa appartenenza dei Paesi più deboli.
Anche l’infilata dei prossimi eventi è tale da scuotere una montagna: il prossimo 22 Gennaio si riunisce il Direttivo della Banca Centrale Europea (che vede in corso un confronto serrato tra Draghi, supportato dalla maggioranza dei suoi membri e la componente germanica che gli è rivale) per decidere su un Quantitative Easing che rischia di nascere da un compromesso infelice, incapace di rassicurare i mercati e dai possibili effetti controproducenti. Poi il successivo 25 Gennaio gli elettori greci si esprimeranno sul Parlamento e, di conseguenza, sull’appartenenza della Grecia all’Eurozona, con i possibili effetti dirompenti che potrebbero conseguire da una vittoria di Tsipras (Syriza). Infine dal 28 Gennaio partiranno i seggi per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, la cui figura potrebbe anche oscurare da quel momento in poi il nostro Premier nel dialogo con il resto d’Europa, forse limitandone le future sorti politiche. Ricordiamoci infatti che Renzi è stato nominato da Napolitano, e che il possibile scioglimento delle Camere dipenderà dal nuovo inquilino del Quirinale.
Il legame tra la politica italiana e quella europea resta insomma l’economia e ciò che diranno le Agenzie di Rating, come reagiranno i mercati finanziari ai prossimi cruciali appuntamenti politici potrebbe a sua volta generare non pochi sconvolgimenti sul futuro di un’Unione mal progettata, principalmente a causa del mancato passo indietro che i singoli Stati Nazionali avrebbero dovuto fare man mano che l’Europa veniva costruita.
Pur in assenza di alcuna certezza sugli scenari futuri, l’Unione e in particolare l’Eurozona sono oggi comunque flagellate dal debito pubblico, dalla disoccupazione, dalla deflazione (riteniamo non correttamente riportata dalle statistiche ufficiali) e dalla progressiva deindustrializzazione. Se Sparta (Roma) piange insomma, Atene (Berlino) non può ridere.
L’Europa perciò accelera nella sua corsa verso un bivio ritenuto oramai imprescindibile: il suo consolidamento politico e fiscale oppure la sua frantumazione. Scelta politica, senza alcun dubbio, fortemente dirimente tuttavia sull’economia e in ultima analisi sul benessere dei propri cittadini!
Stefano L. Di Tommaso
Economista Analista Finanziario


