Charlie Hebdo. A poco più di una settimana dall’attentato, non serve aggiungere altro. La grave ferita inferta al cuore dell’Europa è già diventato uno stucchevole (e lucrosissimo) cult. Siamo tutti Charlie, e menomale. Milioni di clic di avide falangi scalpitano in nome di una solidarietà mondiale che pure da tempo sembrava latitare. Da misogalli più o meno dichiarati, siamo tutti Charlie, in poche ore, selfieggiamo a più non posso, appendiamo quadri della rivista – solo temporaneamente sold out, le ristampe ormai si sprecano già, anche in Italia, sul Fatto Quotidiano – alla parete: senza averla letta, senza aver compreso veramente il fulcro del problema. Generazioni di ottusi e ottusi da generazioni dicono la loro sulla libertà di espressione, annaspano, dubitosi, in difesa dell’Europa, l’illustre sconosciuta svuota-tasche dell’altro ieri.

Del resto -dichiarano gongolanti- bisogna essere solidali nella lotta all’Islam, anzi no, al terrorismo, che lo sta rovinando e trascina nel baratro anche il nostro primo mondo. Nel caos più generale, Voltaire è primo in classifica tra i libri venduti in Francia, mentre di pari passo torna in auge la pena di morte.

Per quanto paradossale, tocca ricordare che questo è ancora il migliore dei mondi possibili.

Anche l’abusata e plurisbraitata, in questi giorni, “non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo” a pensarci sfiora il non sense: sotto la minaccia delle bombe, la storica affermazione somiglia ben più ad una via obbligata, per l’Occidente che l’ha partorita. La verità è che abbiamo le mani legate. Non tanto perché questa forma di terrorismo si presenta innovativa in ogni sua caratteristica: imprevedibile nel suo essere dannatamente figlia del nostro tempo, alimentata tra disagio e social network, ai tempi in cui anche Al Qaeda mette in campo i suoi migliori stagisti (pure loro lavoratori assidui, e per la gloria) . Non tanto perché, come ha spiegato il nostro capo dell’Intelligence, siamo di fronte ad una forma di “terrorismo molecolare”, roba da quattro salti in padella al tritolo, morti in cinque minuti, dove vuoi e quando vuoi. Abbiamo le mani legate perché non crediamo più a nulla, prigionieri di un relativismo assiduo, spesse volte nichilista e annichilente, buono per cambiare idea ad ogni cambio di mutanda, alacri sostenitori del riciclaggio organico.

 

Ricordo che alle medie in classe con me c’era una ragazza musulmana. La nostra professoressa un giorno le chiese di parlarci della sua religione. Erano tempi in cui già si discuteva del crocifisso nelle aule di scuola. La controversa questione, ancora, dopo anni, alimenta accesi dibattiti e i pareri si sfidano come i dissòi lógoi dell’antica Grecia. Quelli contrastanti, diametralmente opposti, che però hanno tutti ragione. Quelli che poi si finisce, appunto, in tragedia. Ma allora, tra le tante opinioni di una classe di tredicenni, il più acuto ammise di essersi accorto del simbolo cristiano nella sua auletta laica, solo grazie allo scalpore mediatico della discussione nazionale: la presenza del crocifisso, per noi diretti interessati, adolescenti in preda agli ormoni, era tanto trascurabile quanto la sua assenza. Se nella notte qualcuno l’avesse tolto, ce ne saremmo accorti? Nel frattempo, mentre la mia compagna sciorinava con precisione la cultura islamica di cui si sentiva parte attiva, nessuno di noi riuscì a illustrare con altrettanta dovizia di particolari che cosa fossero la Pentecoste o la Beata Annunciazione, quando si festeggiassero, né il motivo. Eravamo lo specchio esatto di un paese indeciso, che non sapeva su quali valori fondarsi, religiosi e non.

Nel tempo, ci siamo sentiti ripetere più volte che la colpa era nostra: questi giovani che non sanno.

Alcuni a più riprese hanno accusato le scuole, dove tra i tanti tagli e l’orgogliosa difesa di materie inutili, è stato tolto l’obbligo dell’educazione civica, agonizzante appannaggio dei professori più illuminati. Ne è derivata, è vero, una generazione dal credo pigro, che come guida, agli esteromani disfattisti dell’Italiaèunamerdatenedeviandare, alterna i portavoce del passaparola carbonaro della provincia, produttiva e impaurita: nondarerettaaglisconosciuti, nongiraredasoloperstrada… Non viaggiare. Perché? Perdi tempo, se non perdi la vita. E a Roma per il concerto del primo maggio? C’è il rischio terrorismo e poi, non lo vedi benissimo in tv?

Sembra che ancora, fatta l’Europa, siano da fare gli Europei. Ma tu, che ti senti un giovane italiano sì e no sotto mondiali, sei un europeo ben poco consapevole. Cresci che del mondo non sai un bel niente, ma ti hanno giurato che appartieni a una generazione fallita. Ti hanno detto che “il posto” te l’ha già rubato lo straniero di turno. Che i soldi non vanno più a Roma, ma a Bruxelles, e in ogni caso mai in tasca a te. Che le cose stanno così e andranno solo peggio. Di più. Ti è stato certificato da una lista di parenti che non è colpa tua e non puoi farci niente. Famiglie intere stanno trasmettendo, a te, a me, ai giovani dell’oggi, colpevoli di non essere i baby boomers né i nativi digitali, la traballante distopia della paura, senza accorgersi che siamo i diretti e primi eredi di 70 anni di pace in “terra europea”, la più grande ricchezza che una generazione si possa augurare. Ma sapete che c’è, mi chiedo: se al primo scoglio togliamo Schengen e al secondo introduciamo la pena di morte, un attentato ancor più grosso -Dio (?) ce ne scampi- ci costringerà a reimpostare la modalità Medioevo?

I giovani dell’attentato di Parigi, folli, malati, drogati, disperati, come noi, hanno fermato il mondo per due giorni, in nome di un credo. Islam estremo, o qualsiasi cosa esso fosse. Ci credevano davvero. Fino a morire. Mi chiedo come si diffonda e costruisca in modo così solido una sedicente Verità, un’epidemia di espiazione di massa, cieca e collettiva, ai nostri occhi increduli ed evoluti, ma che è la loro, grandissima, forza. E’ questo il meccanismo che dobbiamo comprendere per disinnescare la bomba; e, di riflesso, urge trovare un aggregante (di qualsiasi tipo) che abbia per noi, Europei, non dico la stessa portata, ma un minimo di coraggio e convinzione. Forse dopo Charlie qualcosa è cambiato? Dimostriamoci allora, oltre lo stato su face book, che siamo e saremo uniti anche domani. Solo così saremo tutti #Charlie.

Io appartengo alla generazione europea, di più, appartengo alla famosa quanto funambolica generazione Erasmus, insieme ad altri milioni di studenti in viaggio: noi non abbiamo solamente partecipato ad un progetto europeo, ma siamo un progetto Europeo, fatto di persone pensanti e libere, non pedine. A zonzo per l’Europa, nell’ultimo di questi 24 anni incoscienti, mi sono sentita a casa un po’ dappertutto, circondata da giovani che come me e insieme a me formavano un esercito cosmopolita, giovane, pensante e illuminato, non violento, forte nei suoi valori, sicuro, aperto. Non italiano, non francese… non cristiano. In Erasmus ho avuto l’impressione di essere parte di qualcosa di più grande e condiviso, qualcosa in cui credere, qualcosa per cui lottare. Mi sento ancor oggi un buono di investimento a lungo termine, mentre rivesto una responsabilità per il mio “paese allargato” e il mio futuro: io, come gli altri, pericolosissimi cospiratori senza retorica, per la pace e un mondo migliore, o più semplicemente per un concetto di cittadinanza degno. Siamo, tutti insieme, un progetto, il progetto, che forse si erano effettivamente proposti i padri fondatori di questa Europa. Che nasce come un’ unione economica di cui però i rapporti umani sono elemento cardine, non accidentale.

L’Europa non è così vecchia da essere pensionata, e forse finora ha funzionato se nessuna guerra ci tocca in casa da 70 anni. Finora abbiamo vinto con gli eserciti preventivi, gli accordi laterali e collaterali, guerre fuori confine, ma altrove. Finora abbiamo vinto con la forza di vecchie idee grandi: da rivedere, certo, come Schengen, ma non cambiare nella loro essenza. Forse che il terrorista cambia credo se fallisce l’attacco? Cambia strategia, non rinnega il suo credo. Così, noi. E chi grida alla nostra inevitabile, sconfitta numerica, in un mondo plurale -dove il dicotomico e manicheo noi/buoni-loro/cattivi non ha diritto di cittadinanza- dimentica i matrimoni misti, i legami tra culture, la solidarietà umana, che pur nelle sue espressioni kitsch, si è dimostrata, proprio dopo Charlie Hebdo, incredibilmente forte.

 

Forse tra qualche mese ci sarà chi alternerà i corsi di yoga, nella normalità del quotidiano, a quelli antiterrorismo per fronteggiare le deviate molecole amare che la nostra stessa Europa ha nutrito? D’altro canto, non sarà che un tentativo di risposta all’ennesimo male del momento, come lo sono i corsi di difesa personale contro gli stupri. Sarà il minore dei mali, se servirà a scongiurare le fantascientifiche paure degli uomini della nebbia, da Bitonici a Salvini, figlie del non pensiero semplificante, per cui africano = ebolato e altre sparate iperuraniche (non molecolari), ben più paurose. In questo senso, il movimento di popoli scatenato dall’attentato a Charlie Hebdo mi ha rassicurato. Charlie Hebdo, se può avere un senso una tragedia ( e oltre la patina social trash) , ha avuto e potrà avere, dopotutto, l’importante funzione di simbolo dell’unione e dell’integrazione tra i tanti popoli d’Europa, i cui cittadini non dovranno più dire je suis d’où je viens ma je suis d’où je vais: non contano le mie origini, conta dove scelgo di vivere.

Così considero, dal macrocosmo al microcosmo, il giardino sotto casa mia, un giardino come tanti. Da una decina d’anni, nessun colore manca. Non il nero, non il giallo. Non il bianco. Andrea, Cindy, Ahmed, Sophie… studiano insieme, giocano insieme. Figli di immigrati, di coppie miste o di italiani che si sono trasferiti, un po’ per caso, un po’ per desiderio, nella prima periferia di Padova. Sarò un’ingenua sognatrice, ma mi rassicura pensare che finché crescono tenendosi per mano siamo al sicuro. Mi rassicura pensare che l’integrazione, per quanto difficoltosa, osteggiata da alcuni e additata invece, almeno in via asintotica, da altri, come l’unica speranza di questo nostro mondo, sarà una tappa impossibile da evitare. O impareremo a vivere insieme o non vivremo affatto. Perché le armi dell’oggi sono talmente potenti che non resterà più nessuno a raccontare chi ha premuto per primo il pulsante. Perché il contrario d’integrazione è disintegrazione.

Francesca Dainese

Recentemente esodata dal plotone delle Cenerentole per approdare alla sempreverde Bridget Jones, mi trovo a 24 anni assicuratrice in erba e laureanda in lettere di destino incerto. Per campare sto cercando di elaborare una teoria sistemica complessa che concili Leopardi e l’ottimismo, la letteratura della migrazione con un Dottorato a Parigi, i dolci e una linea perfetta… ma soprattutto che dia torto a Zenone: almeno nella realtà aumentata della scrittura, Achille vinca sulla tartaruga e io sul tempo che costantemente rincorro.

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Di Francesca Dainese

Recentemente esodata dal plotone delle Cenerentole per approdare alla sempreverde Bridget Jones, mi trovo a 24 anni assicuratrice in erba e laureanda in lettere di destino incerto. Per campare sto cercando di elaborare una teoria sistemica complessa che concili Leopardi e l’ottimismo, la letteratura della migrazione con un Dottorato a Parigi, i dolci e una linea perfetta… ma soprattutto che dia torto a Zenone: almeno nella realtà aumentata della scrittura, Achille vinca sulla tartaruga e io sul tempo che costantemente rincorro.