
“Quel che resta di un’isola” è il tipo di libro che divide: c’è chi lo chiuderà commosso, e chi si sentirà un po’ escluso, come se la storia stesse accadendo in un posto a cui non si ha accesso. Non è necessariamente un difetto, può essere, al contrario, uno dei segni che la scrittura di Anita Bozzo è autentica, poco preoccupata di costruire passerelle verso il lettore. Il romanzo segue un’amicizia lunga vent’anni, dall’isola greca dove inizia fino a Milano dove, con un finale che ha la giusta resistenza a ogni forma di consolazione, di fatto finisce. La protagonista, la cui identità rimane volutamente sfumata, racconta Agnese con la devozione di chi ha capito troppo tardi quanto fosse fondamentale quella presenza. C’è qualcosa di disturbante in questo, nel senso buono: il libro non spiega, non risolve, non assolve nessuno. La scrittura è precisa, mai ornamentale. Bozzo sa esattamente quando fermarsi, e questa sobrietà stilistica è il suo tratto più riconoscibile. C’è una qualità di ascolto nella prosa che non è comune, soprattutto agli esordi: ogni scena è costruita su dettagli sensoriali che lavorano in silenzio, senza che l’autrice senta il bisogno di sottolineare cosa significano. Non è un libro facile da promuovere, probabilmente. Non ha una trama sintetizzabile in quattro righe senza tradirlo. Proprio per questo merita attenzione: in un mercato editoriale sempre più orientato alla narrazione immediata, scegliere la lentezza è già una posizione. Anita Bozzo ha scritto un romanzo che preferisce essere dimenticato lentamente. È un bel modo di cominciare.


