
Chiamarla famiglia sarebbe impreciso, chiamarla comunità è già più vicino al vero. In “Woody Allen sa attendere. Quaderni”, Antonella Iaschi (Bookabook) dedica la seconda parte del romanzo a un gruppo di donne, Mamadé, Sonia, Marta, Lia, Sara e Oumou, che decidono di condividere un vecchio capanno sul mare in Calabria invece di restare sole ciascuna nella propria vita. Il libro ribattezza questa convivenza tavola grande, e coniando il termine donnitudine prova a dare un nome a quella solidarietà femminile che nasce senza legami di sangue e che, proprio per questo, riesce a non replicare gli schemi delle famiglie d’origine. C’è una sensibilità per le storie di donne arrivate da mondi diversi e scelte l’una dall’altra che ricorda per certi versi la scrittura di Igiaba Scego, pur restando Iaschi ancorata a un registro più corale e meno autobiografico. Il libro non idealizza questa comunità: le protagoniste restano diverse, a tratti in disaccordo, ciascuna con la propria storia irrisolta alle spalle. Ma è proprio questa mancanza di armonia forzata a rendere credibile l’idea che una famiglia si possa costruire anche altrove, con le persone giuste trovate quasi per caso lungo la strada, e non solo per legge di sangue. È forse la parte più ottimista del romanzo, ma Iaschi la scrive senza mai perdere di vista la fatica reale che sta dietro ogni convivenza scelta. Nessuna delle donne del capanno arriva a quella tavola per caso, e il romanzo dedica lo spazio necessario a raccontare la strada, spesso faticosa, che ciascuna ha percorso prima di sedersi lì.
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