
Esiste un filone della narrativa italiana che negli ultimi anni ha provato a dare voce a chi smarrisce progressivamente la fiducia nel proprio giudizio: “La notte dell’anima” di Melania Cavuto vi si inserisce con un registro che ricorda per certi aspetti la scrittura introspettiva di Dacia Maraini, pur restando un’opera del tutto autonoma nei toni e nella materia trattata, ambientata in un presente riconoscibile e senza compiacimenti letterari. Colpisce, in questo esordio, l’attenzione riservata a un aspetto poco raccontato altrove: il bisogno quasi ossessivo della protagonista di leggere segni e coincidenze nella propria vicenda, come se ogni evento casuale dovesse per forza confermare la direzione presa. È un tratto psicologico reso con precisione, e diventa uno dei fili più originali del libro. La protagonista, senza nome per tutta la durata del romanzo, attraversa una relazione che da promessa di rinascita si trasforma in una condizione di allerta costante, fino a un progressivo smarrimento dei propri punti di riferimento familiari e affettivi. Anche l’uomo al centro di questa storia, mai chiamato con il proprio nome per intero, non viene ridotto a un ritratto univoco: resta capace tanto di generosità quanto di rigidità improvvisa, e proprio questa ambivalenza costringe la protagonista, e con lei il lettore, a rimettere continuamente in discussione ogni certezza raggiunta. Cavuto costruisce un romanzo che rinuncia volentieri ai colpi di scena per concentrarsi sull’interiorità, e proprio in questa scommessa, rischiosa per un esordio, trova la sua cifra più matura.


