
C’è qualcosa di irrisolto in questo brano, e non lo dico come difetto. “Piove” di Emilio Condello è un pezzo che non cerca di chiudersi, non vuole rassicurare nessuno, e forse è proprio per questo che lascia il segno. Condello arriva a questo terzo singolo con una maturità che non si improvvisa, quella di chi ha scritto per quasi cinquant’anni senza farlo sapere a nessuno, e che adesso ha deciso semplicemente di non trattenersi più. Il brano prende forma da immagini precise: i corpi sulle strade dell’Ucraina, i migranti morti a Cutro. Non è una canzone di protesta nel senso militante del termine, e Condello è il primo a dirlo. È qualcos’altro, più difficile da nominare. È lo strazio di chi guarda e non può fare niente, trasformato in melodia. Qui entra in modo determinante il lavoro di Joe Santelli della Di Marte Produzioni, che ha costruito l’arrangiamento richiamando consapevolmente armonie mediorientali. Non è una scelta decorativa: quelle scale, quelle tensioni armoniche portano con sé un peso geografico e culturale preciso, un rimando diretto alle terre dove si consumano i conflitti che hanno ispirato il testo. Santelli riesce a fare in modo che la musica non accompagni semplicemente le parole, ma le amplifichi su un piano quasi viscerale. La voce di Condello, trattenuta, quasi sospesa, non urla mai anche se sembra sul punto di farlo in ogni momento. È una scelta interpretativa forte, forse la più coraggiosa del brano. C’è chi potrebbe chiedersi se lasciare uscire quell’urgenza avrebbe reso tutto più efficace, ma la risposta sta proprio nel contrario: è la contenzione a rendere il dolore credibile, non l’esplosione. “Piove” non è un brano facile da ascoltare, nel senso migliore possibile. Non entra e non esce. Resta.
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