Un brano che non si nasconde dietro metafore troppo complesse ma sceglie la strada della chiarezza. Un racconto diretto che si inserisce nel presente e prova a lasciare un segno, senza perdere il legame con la dimensione musicale della band.

Il verso “figli dell’odio, figli dell’audience dell’idiozia” è molto diretto. Quanto è importante per voi oggi prendere posizione in modo esplicito?

Prendere posizione è stato uno dei nostri caratteri da sempre. Perché da sempre abbiamo cercato di tenere le antenne puntate sul mondo e di raccontarlo con il nostro stile, identità e dignità. Siamo cresciuti ascoltando artisti che hanno detto sempre qualcosa e da cui abbiamo imparato a stare al mondo e per noi stare al mondo è dire da che parte stare. Non essere indifferenti. Soprattutto oggi: di fronte alla parola guerra anacronisticamente tornata nella quotidianità, alle violenze che si perpetuano ad ogni latitudine, allo smarrimento, all’arroganza dei potenti, all’annullamento dell’Altro da parte di un Io sempre più ipertrofico che alza muri e traccia confini. Prendere posizione significa oggi parlare di pace, costruire ponti, tornare a coniugare i verbi al plurale, dicendo “noi”.

Nel panorama musicale attuale vedete più spazio per brani con un contenuto sociale oppure si fa ancora fatica?

Nel panorama musicale attuale prevale un certo conformismo e disimpegno e, oggi più di ieri, c’è molta meno volontà di dare spazio al contenuto sociale. Per noi, cresciuti ascoltando un certo tipo di musica, come detto, che ha raccontato storie, è naturale produrre canzoni che oltre a far muovere i piedi, a far danzare, cercano di raccontare qualcosa che va oltre la moda delle “bitches coi cash nelle suite” che non ci appartiene e su cui ironizziamo considerata l’inganno e la puerilità dello stereotipo. Preferiamo raccontare storie che vengono dalla provincia italiana o da qualche angolo del Mediterraneo, per muovere da un evento e ritrovare un messaggio, un invito, uno stimolo a migliorarci e migliorare questo mondo, l’unico che abbiamo. Sono storie anche meno conosciute, di eroi di tutti i giorni, magari fuori moda e fuori algoritmo ma dove ritroviamo quel seme di un’umanità che celebriamo, quella che stenta in un’epoca in cui si ostenta.   

Il vostro progetto artistico ha sempre avuto una dimensione collettiva. Quanto conta per voi il concetto di comunità oggi?

Tanto da farne un doppio album: Community non solo parla di comunità -per riscoprire il valore dell’Altro e della collettività in un tempo di ego ipertrofico e individualismo sfrenato- ma pratica quel senso di collaborazione invitando in esso numerosi artisti, da Yuri e Massimo dei Nomadi e Sherrita Duran Gospel Voices che compaiono su Willy ai Modena City Ramblers, i salentini Apres la Classe, Consuelo Alfieri e Antonio Amato dell’Orchestra de La Notte della Taranta, Cortese, Pierdavide Carone, Lucio Fabbri della Pfm, Zouratié Koné dal Burkina Faso. Da sempre abbiamo collaborato con tanti artisti e vivere la musica come band ci fa assaporare il gusto di essere parte di una comunità, che è prima di tutto quella umana, per disubbidire ai nostri tempi egoistici e raccontare la Bellezza dell’Incontro, del ritrovarsi attorno al fuoco, insieme, per ricordarci, appunto, che siamo Esseri Umani, “angeli con un’ala soltanto” capaci di volare solo rimanendo uniti.

Che ruolo ha avuto la storia di Willy nel vostro modo di scrivere questo brano?

La vicenda di Willy ci colpì molto perché incarnava, in qualche modo, i nostri tempi: la bellezza di uno sguardo pieno di luce che incontra la violenza bulla del buio, l’ostentazione della forza che taglia la parola, ponte di intermediazione e il dialogo. Un po’ quello che sta succedendo oggi a livello mondiale, dove è ritornata la legge del più forte che non accetta compromessi e regole e impone la sua volontà sugli altri popoli. Da sempre abbiamo attinto dalle storie per evocare messaggi universali: Willy vuole essere un inno contro la violenza, il bullismo e il razzismo dei nostri tempi. Per questo, nel brano, il suo sorriso continua a splendere, perché non si smarrisca la speranza di continuare a sognare “mondi migliori”. La musica può fare questo: portare il fuoco, fare luce nel buio, riscoprire l’alba in mezzo al tramonto, ritornare a splendere. Insieme.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.