L’arrangiamento di “Laggiù” è essenziale, trattenuto, quasi fragile. Non accompagna l’ascoltatore verso una catarsi, ma lo lascia sospeso. È proprio in questo clima che nasce la canzone di Andrea Perrozzi: un uomo poliedrico che, questa volta, ha deciso di esporsi con il linguaggio della musica. Forse, il linguaggio che fa subito breccia nel cuore degli ascoltatori.

Un caro saluto a te, Andrea. Quanto era importante, in “Laggiù”, evitare qualsiasi forma di enfasi musicale? A cosa volevi dare maggior risalto?
Sì, ho cercato di evitare qualsiasi forma di enfasi gratuita.
Volevo che la musica non guidasse subito l’emozione, che lasciasse spazio, che non spiegasse troppo.
Detto questo, c’è un punto in cui l’enfasi diventa necessaria.
Nel finale, quando arriva quel grido, “laggiù”, sentivo il bisogno che l’orchestrazione accompagnasse emotivamente le parole.
Lì ho scelto di spingere, di dare peso, perché quel momento non poteva restare trattenuto.
Nella tua musica, quanto conta il messaggio di “denuncia”? Credi che sia opportuno fermarsi alla narrazione in sé o che sia necessario andare oltre per toccare il cuore delle persone?
La denuncia, da sola, non mi interessa molto.
Raccontare un fatto è importante, ma non basta.
Quello che cerco è andare oltre la narrazione, arrivare a una zona più intima, dove ognuno è costretto a fare i conti con sé stesso.
Se tocchi quel punto, non serve più alzare la voce.
Qual è stato il momento più piacevole, durante la composizione del brano? E quello più difficile?
Il momento più difficile è stato attendere che arrivasse tutto il testo, senza cadere nel banale.
Non volevo scrivere qualcosa di giusto solo per chiudere il brano.
Il momento più bello è stato quando finalmente è arrivato.
Quando l’ho suonata al pianoforte e cantata per la prima volta, mi sono quasi commosso e ho sentito un brivido.
Lì ho capito che la canzone stava dicendo esattamente quello che doveva.
Credi che oggi siamo troppo abituati a canzoni “leggere”?
Credo che spesso cerchiamo leggerezza per proteggerci.
Non è una colpa, è una reazione umana.
Il problema nasce quando smettiamo di ascoltare davvero, quando chiudiamo gli occhi e le orecchie.
“Laggiù” non chiede di soffrire di più, ma di non anestetizzarsi del tutto.


