Con un approccio lontano dagli estremismi, Damiano Piras costruisce in “L’alba di una nuova Sfinge” un’ipotesi fondata su dati osservabili e deduzione logica. L’intervista approfondisce il metodo, le implicazioni simboliche e il possibile impatto di una rilettura che guarda all’alba come completamento del paesaggio sacro.

Un caro saluto a te, Damiano. Nel testo spieghi che il paesaggio sacro egizio rifletteva un ordine celeste. Che tipo di corrispondenza hai riscontrato tra costellazioni e architetture?
Nel mio lavoro emerge chiaramente come il paesaggio sacro egizio fosse concepito come un riflesso dell’ordine celeste. Le piramidi e la posizione della Sfinge nota sono orientate e proporzionate secondo i moti del Sole, in particolare quelli legati agli equinozi e ai solstizi. Questi allineamenti indicano una progettazione in cui architettura, paesaggio e cielo si integrano armonicamente, permettendo di leggere il sito come un sistema unitario che riflette eventi astronomici certi.
La mia ipotesi sulla possibile seconda Sfinge si inserisce in questo stesso principio: la sua collocazione individuata permette di evidenziare corrispondenze speculari o complementari con la Sfinge già nota e con il sistema delle piramidi, mostrando come i moti solari potessero riflettersi in più punti dell’Altopiano di Giza. In questo modo si completano letture già ampiamente studiate, offrendo nuovi spunti misurabili di geometria e archeoastronomia.
La simbologia del leone è spesso legata all’orizzonte e al sole nascente. Quanto pesa questo elemento nella tua ricostruzione?
La simbologia del leone è centrale nella tradizione egizia e si collega naturalmente all’orizzonte e ai cicli del sole. La Sfinge nota è rivolta verso est, quindi verso il sorgere del Sole, ma i fenomeni in cui essa diventa protagonista si osservano frontalmente soprattutto durante il tramonto.
La Sfinge ipotizzata, invece, sarebbe rivolta verso ovest e, osservandola frontalmente, i fenomeni speculari si verificano all’alba. In questo modo, la seconda Sfinge completerebbe il ciclo solare iniziato con la Sfinge nota, creando un equilibrio evidente con i punti cardinali e i momenti del sole calante e nascente.
In questa simbologia, il leone assume un ruolo ancora più profondo se consideriamo Shu e Tefnut, divinità dell’antico Egitto strettamente legate al sole e ai suoi moti. Shu e Tefnut si occupano proprio del corretto verificarsi dell’alba e del tramonto, mantenendo l’ordine cosmico, e le due Sfingi, in quanto rappresentazioni leonine, riflettono queste funzioni di custodi del ciclo solare. Questo elemento rafforza l’idea di un progetto complessivo dell’Altopiano di Giza in cui divinità, architetture e moti solari dialogano armonicamente, permettendo di leggere il paesaggio come un sistema unitario, coerente e pienamente integrato.
Cosa ci dice, oggi, l’archeoastronomia sulla relazione tra i templi e i moti equinoziali dell’antico Egitto?
L’archeoastronomia ci offre oggi strumenti preziosi per comprendere come i templi e le strutture dell’antico Egitto fossero concepiti in relazione ai moti del sole. Nel caso dell’Altopiano di Giza, i fenomeni osservabili alla Sfinge nota durante il tramonto di equinozi e del solstizio estivo, già studiati e documentati, trovano una replica e un completamento nei fenomeni legati alla Sfinge ipotizzata, osservabili frontalmente all’alba degli equinozi e del solstizio invernale.
Questa prospettiva non riguarda solo Giza: lo studio archeoastronomico dei moti solari, degli equinozi e dei solstizi sta portando alla luce scoperte significative in tutto il mondo, rivelando come molti templi e strutture antiche siano stati progettati per dialogare con il cielo e il tempo. In questo senso, l’archeoastronomia diventa uno strumento fondamentale per comprendere il legame profondo tra architettura, paesaggio e cosmologia, offrendo letture coerenti e misurabili di siti dell’antico Egitto e di altri contesti antichi in cui la relazione tra cielo e terra era centrale.
Ti aspetti che la tua ipotesi possa stimolare nuove missioni o campagne di scavo nell’area occidentale di Giza?
Mi aspetto certamente che la mia ipotesi possa stimolare interesse e nuove indagini nell’area occidentale di Giza. Inoltre, prima ritengo importante un percorso di condivisione e confronto: attraverso questo dialogo si potrà consolidare la validità delle osservazioni e definire le direzioni migliori da seguire.
In parallelo, spero che diventi possibile integrare le indagini tradizionali con studi non invasivi, come quelli basati su radar e altre tecniche di prospezione geofisica, che permettono di raccogliere dati preziosi senza compromettere il sito. Queste analisi preliminari, combinando osservazioni dirette e tecniche avanzate, possono fornire conferme importanti e creare motivazione concreta per ulteriori campagne di scavo, rafforzando l’interesse per nuovi sviluppi nell’area occidentale di Giza.


