Uno dei nuclei centrali di “VÆRINGARSAGA” è lo scontro tra il mondo pagano e l’avanzata del Cristianesimo, raccontato non come semplice opposizione ideologica, ma come frattura profonda all’interno delle comunità e delle famiglie. La graphic novel di Alessandro Varagnolo e Giuseppe Ciullo esplora le conseguenze intime e politiche di una conversione imposta, mettendo in luce resistenze, tradimenti e scelte dolorose.

Bentrovato, Alessandro. Nel libro la religione è un elemento di divisione più che di fede. Quanto ti interessava raccontare questo aspetto conflittuale?
Grazie altrettanto. La mia intenzione fondamentale era mostrare come un elemento di cambiamento possa influire sulle meccaniche socio-culturali all’interno di una società. La religione, come dici, può essere sicuramente un elemento di comunione nella Fede, ma può divenire anche un motivo di conflitto: anche all’interno di una stessa fede, due diverse interpretazioni di una scrittura possono portare ad una scissione: è successo in tutte le grandi religioni del passato, dal Giudaismo all’Islam, passando anche dal Cristianesimo, e lo troviamo pure nelle religioni non abramitiche, come nell’Induismo o nel Buddismo (di cui esiste un gran numero di interpretazioni). Certo, in alcuni casi si tratta di conflitti “pacifici”, un disaccordo su una differente chiave di lettura porta una parte dei fedeli ad allontanarsi dalla comunità e a fondare una propria congregazione religiosa. Altre volte, però, il conflitto è tutt’altro che pacifico, e degenera in uno scontro fisico: si pensi ad esempio al conflitto tra sciiti e sunniti nell’Islam, o tra protestanti e cattolici nel Cristianesimo. Ora, se tutto ciò può avvenire all’interno di una stessa religione, cosa può succedere se in una società con le proprie radicate credenze religiose, qualsiasi esse siano, introduciamo a forza una nuova religione, del tutto differente da quella già esistente, e cerchiamo pure d’imporla al popolo. Una rivolta di massa, o una guerra di religione è quantomeno il minimo che ci possiamo aspettare. Da un lato abbiamo coloro che vogliono a tutti i costi introdurre la nuova religione, dall’altro coloro che la rifiutano ostinatamente, ed in mezzo coloro che, detta proprio brutalmente, non gli può importare di meno di quale religione si pratichi, purché avvenga pacificamente e nel reciproco rispetto. Costoro sono di solito quelli che pagano il prezzo più alto, perché vengono ugualmente presi di mira sia dai fanatici di una che dai fanatici dell’altra religione. Mi interessava raccontare tutto questo aspetto perché è parte della realtà in cui viviamo ancora oggi, e che conosciamo molto bene. Non parlo soltanto della religione in senso strettamente spirituale, ma anche in senso figurato: alla fine, un conflitto tra due differenti visioni ideologiche, non è per nulla differente da un conflitto religioso puro, ed oggi li stiamo vivendo entrambi. Da un lato abbiamo la difficoltà di coesistere con culture diametralmente opposte alla nostra, sullo stesso territorio dove siamo nati e cresciuti in un tempo in cui esisteva una sola vera religione dominante, ed una sola grande ideologia socio-politica dominante. Oggi ci troviamo a vivere in una società radicalmente differente da quella in cui vivevamo soltanto 40 anni fa… Chi ha più di 50 anni, ed ha vissuto sulla propria pelle questo cambiamento, sa quanto sia stato difficile, all’inizio, vivere in un Paese in cui era in atto un cambiamento così radicale. Ho cercato di riportare le stesse difficoltà che viviamo oggi anche nel mondo narrativo, scegliendo di ambientare la storia in un momento storico in cui questo cambiamento era veramente in atto. Potevano cambiare le modalità del “dibattito”, ma lo scontro era assolutamente reale, allora come oggi.
I territori di Ulfland e Svinland rappresentano due visioni del mondo in collisione. Sono anche due modi diversi di concepire il potere?
Assolutamente si. Sono due concezioni completamente differenti: totalmente opposti, perfino. Ma è anche differente il modo in cui in realtà i due sovrani pensano ed agiscono. Nell’Ulfland abbiamo un signore locale che è fortemente ancorato alla tradizione. Lo chiameremmo un “conservatore” oggi, ed in effetti è il termine che lo descrive meglio. Tuttavia, egli è anche un signore che dimostra di tenere profondamente al proprio Popolo, e che nel suo conservatorismo antepone il bene del popolo a qualsiasi altra cosa. Il suo motto potrebbe essere “Salus populi suprema lex”. Concede in verità degli spazi anche ai cristiani, ma a condizioni estremamente ben chiare e imprescindibili, su cui non transige in alcuna misura. Questo gli porta la sincera stima del suo popolo, che lo segue in modo compatto e lo rispetta, considerandolo quasi un “grande padre” di tutto il suo popolo. Nello Svinland abbiamo invece un signore locale che pur riconoscendo l’importanza della tradizione, non si fa alcuno scrupolo di calpestarla totalmente per imporre una nuova Fede religiosa: non lo fa però per il suo popolo, o per vera Fede nella nuova religione, ma solo per mero opportunismo, perché sa che ciò gli garantirà maggior potere, ed il sostegno da parte del monarca, ch’è egli stesso cristiano e mal tollera i pagani. Se da un lato lo si potrebbe scambiare per un reggente “progressista”, il suo non è vero progressismo. Egli non è interessato a cosa voglia o non voglia il proprio Popolo, e nel momento in cui decide di imporre il cristianesimo, lo fa consapevole del fatto che una parte della popolazione rifiuterà tale imposizione, e si ribellerà. Verso di loro non mostra nessuna pietà, poiché per lui gli interessi politici e personali sono molto più importanti del benessere del suo popolo. In un certo modo, sono meccaniche cui assistiamo tutti i giorni, purtroppo. Come diceva Thomas Hobbes nel suo “Leviatano” (1651), “Homo, homini lupus”. Questo concetto ritorna molto spesso nella mia storia: l’ambizione personale, molto più dell’interesse comune, guida le scelte di politici quando essi si lasciano corrompere dal potere stesso. A ben guardare, è un pò anche il concetto più volte espresso da J.R.R. Tolkien nelle sue opere principali (“Lo Hobbit” e “Il Signore degli Anelli”).
Quanto hai attinto a dinamiche storiche reali per costruire questi conflitti?
Molto sinceramente, su quello che è successo realmente nella Scandinavia di quello stesso periodo storico sappiamo veramente molto poco. La mia storia è ambientata tra 1019 e 1024 e tutto ciò che sappiamo è che nella Svezia di quel tempo, un re di nome Anund Jakob (1008-1050) reggeva il trono succedendo al padre, Olof III (980-1022), figlio a sua volta di Eirik il Vittorioso (945-995). Salito al trono giovanissimo, alla morte del padre, anch’egli cristiano ma molto più moderato, Anund Jakob avviò una vera propria persecuzione nei confronti dei pagani, arrivando mettere a morte chi rifiutava la conversione. Questo, tuttavia, aveva sicuramente maggior peso nella vita di chi viveva più vicino alla allora capitale, Uppsala (odierna Gunna Uppsala) mentre è difficile che nei territori più periferici, come la regione di Dalarna, dove si svolgono i fatti, l’applicazione della legge fosse altrettanto presente ed efficace. In un certo modo, la regione di Dalarna era una sorta di “Far West” dei vichinghi: un territorio quasi deserto (in termini di popolazione), chiuso tra il Goteland (a sud, governato dai danesi), la Norvegia (ad ovest) e la distesa del Norrland (a nord) abitata quasi unicamente dai pastori nomadi sami, con le loro greggi di renne. Non posso affermarlo con assoluta certezza, poiché mancano fonti accreditate e certe in merito, ma ho idea che in quella parte di Svezia, assai difficilmente ed alquanto raramente, arrivasse la “Giustizia del Re”. Ho potuto attingere assai poco da dinamiche storiche reali, quindi ho esteso le mie fonti anche ad altre realtà coeve di altre regioni che avevano vissuto o stavano vivendo realtà simili, e queste erano meglio documentate. Ad esempio mi sono riferito alle fonti ucraine, per ciò che riguarda la conversione forzata imposta dal Gran Principe di Kiev, Vladimir I “Il Grande”, agli inizi del XI secolo, quando dovette convertirsi (e far convertire tutto il Principato di Kiev) per poter prendere in sposa Elena, la sorella dell’Imperatore Basilio II di Bisanzio, e fortuna vuole che al tempo, i principati di quelle che oggi chiamiamo Russia, Bielorussia e Ucraina (all’epoca un unico grande principato con Kiev per Capitale) fossero retti da principi di origine norrena, e quindi con le stesse radici storiche e culturali dei loro contemporanei svedesi. Altre informazioni sono state tratte da resoconti dell’epoca nel regno di Norvegia, dove sia Olaf I che Olaf II (nonostante lo stesso nome non erano direttamente imparentati tra loro) avevano condotto persecuzioni contro i cristiani, il primo tra il 995 ed il 1000 (ossia durante il suo breve regno), il secondo tra il 1015 ed il 1028. Ancora, altre fonti le ho tratte dalle cronache danesi ed inglesi in merito ai regni di Harald “Dente Azzurro”, suo figlio Sweyn “Barba Forcuta”, ed i figli di quest’ultimo, Harald II e Knutr il Grande. Ho messo assieme diverse fonti tutte riferite allo stesso periodo ed ho costruito una narrazione quanto più possibile coerente.
Pensi che le tensioni raccontate nel romanzo abbiano ancora risonanza nel presente?
Indubbiamente sì. Viviamo ancora oggi in un’epoca di conflitti: basta aprire un quotidiano o vedere un TG per rendersene conto. E molte tensioni e guerre sono proprio maturate da questioni religiose: si pensi solo alla questione palestinese, è sicuramente quella più evidente, ma anche i conflitti tra sciiti e sunniti in Iraq, i vari conflitti in Africa, sono quasi tutti d’origine religiosa. E non che non ve ne siano, o non ve ne siano stati, anche in tempi recenti, in Europa … Si pensi alla questione dell’Irlanda del Nord, che solo negli ultimi anni s’è gradualmente ma continuamente attenuata, fino a cessare del tutto (almeno nell’aspetto della violenza fisica) o alle guerre nella ex Jugoslavia, pure quelli almeno in parte dovuti alla questione religiosa. Pensiamo ai due conflitti in Cecenia, tutti due di evidente natura religiosa, o allo scontro ancora in corso nelle Filippine, tra maggioranza cristiana ed estremisti islamisti. E che dire del conflitto tra turchi ed etnia curda? … A me pare, sinceramente, che in nome di questo o di quel Dio, si combatta e si uccida ancora tantissimo per la religione. E poi ci sono le tensioni ideologiche di matrice morale, che non sono molto diverse da quelle puramente religiose. Siamo abituati a considerare religione solo quando si parla di una divinità, ma al mondo esistono ideologie che sono vissute con esattamente lo stesso identico trasporto delle religioni nelle loro visioni più estremiste ed intransigenti. Pensiamo ai negazionismi para-scientifici: c’è gente così folle che è capacissima di aggredirti fisicamente solo perché affermi che la terra è sferoidale mentre loro dicono che è piatta, o perché parli dello sbarco sulla Luna nel 1969 e loro sono convinti che non ci sia mai stato, o perché parli di cambiamento climatico, o di vaccini, o evoluzionismo … E poi arriviamo a quella minoranza estremamente determinata nel voler imporre a tutti il loro pensiero “politicamente corretto”, e che sarebbero capaci di aggredirti fisicamente alla benché minima trasgressione alla loro visione del mondo. Ci sono “social justice warriors” che non sono per nulla meno integralisti dei più integralisti fanatici religiosi di qual si voglia religione si parli. Non voglio prendere parti, in questo contesto, ma mi pare decisamente eccessivo quando si arriva a coprire di insulti una persona solo per una parola sbagliata, o perfino minacciarla fisicamente. Esiste un diritto umano che si chiama “libertà di espressione” ed è sancito dalla Carta Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata dall’ONU. Io direi che prima di spingersi troppo oltre, in qualsiasi questione, sarebbe utile rispolverare cosa c’è scritto, su quel documento. Ne trarremmo tutti beneficio.


