Dentro Il borgo” si muovono persone in cerca di libertà, legami, identità. La fabbrica, gli arrivi, le fughe, le lentezze: ogni scena diventa metafora di resistenza e ascolto interiore. Cotoloni scrive seguendo l’istinto e la vita, lasciando che la storia respiri come chi la abita.

Nel romanzo la fabbrica di birra diventa simbolo di routine e costrizione. Cosa rappresenta per lei, a livello sociale, questo tipo di “luogo del lavoro” contemporaneo?

La fabbrica di birra naturalmente è una metafora per indicare tutte quelle scelte, anche in ambito lavorativo, ma non solo, che ci siamo in qualche modo imposto, vuoi per non deludere gli altri, vuoi perché indotti dal sistema in cui viviamo e che ha necessità costante di etichettare tutte le nostre mosse. La fabbrica quindi rappresenta lo stato di  condizionamento, soprattutto mentale, costante e ripetuto in cui spesso ci troviamo e che pensiamo non possa essere abbattuto. I miei personaggi, quelli che dalla fabbrica si licenziano, sono quelli che abbattono questo muro dell’impossibilità, decidono di liberarsi dalle catene, da quei vincoli mentali che spesso ci imponiamo per paura di uscire da un’omologazione che mi sembra ci venga sempre più imposta, impedendoci di fare scelte che sono invece  più inclini alla nostra specifica natura.

Che tipo di ricerca ha svolto per costruire la psicologia dei personaggi che decidono improvvisamente di stravolgere la loro esistenza?

Lo studio si è basato essenzialmente sull’osservazione e l’analisi di fatti a cui realmente assisto nel borgo che ho la fortuna di frequentare, che si chiama Castelnuovo  Val di Cecina e che nel libro chiamo Castronuovo in Valle, volutamente per non dare una precisa collocazione, perché potrebbe essere uno dei tanti nostri borghi italiani, dove questi mutamenti stano avvenendo. Qui arrivano veramente persone non solo dall’Italia, ma anche da paesi stranieri che percepiscono immediatamente uno stile di vita che ha come elemento di forza, il vivere tornando ad una dimensione più umana di quanto la città ci possa permettere. Nelle grandi città, oggi regna il “rumore”, la “velocità”, la mancanza di rapporti umani e queste persone hanno davvero scelto di abbandonare i propri stili di vita e cominciare una nuova esistenza in questo luogo dove il silenzio e la pacatezza, aiutano a ritrovare se stessi.

Il libro è colmo di simboli: l’arrivo degli stranieri, la fuga dal lavoro, l’inquietudine del carabiniere. Quale simbolo ritiene più potente e perché?

Il simbolo più potente è proprio il Borgo. Il borgo è esso stesso un evento simbolico, è l’espressione del coraggio, della possibilità di trovare, in primis, dentro di noi il coraggio di ascoltarci e indirizzarci verso un vivere che ritrovi appunto la dimensione umana da cui ci stiamo discostando, indica l’espressione della libertà dell’individuo di operare scelte secondo la propria volontà di effettuare scelte i sintonia con ciò che provano. Le persone, soprattutto in molte città, non vivono più in armonia con se stessi e tanto meno quindi con il prossimo, non riescono più a stare bene in ambienti dove ci stiamo omologando, adeguando a sistemi che spesso non ci rappresentano ma che il sistema ci impone. E’ una costrizione subdola quella che stiamo vivendo, finiamo con il credere di avere spesso necessità che al contrario sono fittizie, ma che vanno bene a tutto un complesso sistema economico e di controllo cui siamo soggetti, molto spesso in modo inconsapevole.

Quando ha capito che la storia avrebbe preso una piega quasi allegorica, con l’arrivo degli inquisitori del Ministero dell’Ordine?

Il Ministero dell’ordine è volutamente rappresentato in maniera esplicita e a tratti rasenta il ridicolo nel suo modo di operare, ma era per me utile per sottolineare quanto dicevo prima: l’essere condizionati da una serie di “imposizioni” quasi invisibili direi, ma che esistono e che si manifestano nel quotidiano attraverso  l’informazione, i falsi miti che ci vengono propinati, credenze indotte. L’ allegoria del Ministero dell’Ordine esplicita, semplicemente in maniera tangibile, tutto questo.

Nella sua esperienza di scrittrice, quali sono le difficoltà maggiori nel raccontare il conflitto tra individuo e sistema senza scadere nella retorica?

Raccontare una storia che tratta delle problematiche umane, del disagio e malessere che stiamo vivendo attraverso l’espediente del gioco tra reale e surreale, aiuta a non cadere nel tranello della retorica, perché volutamente gli eventi vengono amplificati, a volte trattati anche in maniera ironica, come alcune azioni che compiono i personaggi del mio libro. Questo impone che il lettore entri dentro questo gioco, lo faccia riflettere, si senta parte lui stesso di uno scenario immaginario, perché il concetto, che dico sempre essere alla base di questa narrativa è: “ ciò che non esiste, ma che potrebbe accadere”.

Quali sono le sue ambizioni future? Pensa di continuare a indagare temi sociali o immagina un allontanamento verso storie più intime o sperimentali?

Il tema sociale è il tema stesso dell’individuo ed è ciò a cui mi sento più affine come narrazione, il mio stesso prossimo libro, già in fase di editing, continua a indagare sulla società e i risvolti che tante situazioni che oggi viviamo ormai come “naturali” determinano sulla nostra qualità di vita.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.