“Il Treno” è un singolo che unisce delicatezza, simbolismo e profondità emotiva. Campagnani riflette su ciò che scorre, su ciò che resta e sull’importanza di fermarsi per capire la propria direzione. L’intervista offre uno sguardo sincero sul suo percorso artistico e sulla sua ricerca di equilibrio.

“Il Treno” contiene una forte componente introspettiva. Da quale immagine, ricordo o emozione è nato il primo verso del brano?

I primi versi sono nati durante un turno di guardia medica. Dalla finestra dello stanzino vedevo la luna piena sospesa nel buio e nella mia testa quell’ immagine si è sovrapposta a quella di un treno notturno in corsa, quindi è nata di getto la strofa:

“Nelle notti buie e nere

il treno sembra quasi fermo,

si sente il solo sferragliare

e la luna fa da schermo.”

In quel momento, nella mia testa, quello “sferragliare” del treno rappresentava il battito cardiaco che risuona nel silenzio: il rumore di qualcosa che continua ad andare avanti mentre tu sei fermo. Era una situazione di solitudine, di riflessione, una sorta di resa dei conti interiore che si è trasformata in una piccola epifania. Da questa scintilla è nata poi l’intera canzone.

Nel singolo il viaggio diventa un modo per raccontare il tempo, le scelte e i cambiamenti. Qual è la tappa più importante della sua vita finora?

Probabilmente il momento in cui ho accettato di prendere sul serio la musica, di darmi una chance. È una scelta che cambia il modo di vedere tutto il resto.

Musicalmente il brano ha una delicatezza che invita al silenzio e alla contemplazione. Quanto è difficile proporre oggi un suono così intimo in un mercato veloce?

Credo sia rischioso, perché non è il linguaggio dominante. Ma credo anche che un’emozione, se sincera, arrivi comunque. Chi vuole ascoltare, ascolterà.

Il suo linguaggio è chirurgico ma poetico, come se unisse scienza e arte. Questa doppia identità influenza la sua scrittura?

Credo che il lavoro di medico influenzi la scrittura solo se lo si vive con una certa attitudine. È un lavoro complesso, che richiede equilibrio e sensibilità e non sempre è facile cogliere qualcosa di positivo dalla relazione medico-paziente, sarebbe ipocrita dirlo. Io cerco semplicemente di svolgere il mio lavoro con onestà. E talvolta i frammenti di vissuto degli altri credo possano accrescerti, sempre se si ha la giusta attitudine.

Detto questo, in questo primo lavoro non credo di aver portato molto della dimensione medica: è stato un disco fortemente introspettivo, in cui ho guardato soprattutto dentro di me. Nei prossimi brani, invece, sto esplorando nuove modalità di scrittura: credo che racconterò di più degli altri o quanto meno del “mondo esterno”, rispetto a quanto fatto in questo primo album.

Rimane comunque una distinzione: l’aspetto artistico per me è un territorio a parte. Sicuramente la professione lascia un’impronta, ma faccio fatica a valutarne la misura perché ci sono dentro. La mia intenzione, da artista, è quella di esprimermi nel modo più autentico possibile, indipendentemente dal mio lavoro.

Nel testo ci sono “file abbandonate” e “scompartimenti pieni di storie”. C’è un episodio reale che ha ispirato queste immagini?

Ti correggo, nel testo non parlo di “scompartimenti pieni di storie”, ma di “file abbandonate” e di “chi viaggia in prima classe, con finestre illuminate”. È un’immagine che volevo inserire proprio perché, leggendo la vita come metafora di un viaggio in treno, non posso ignorare che le condizioni di partenza non siano uguali per tutti: c’è chi nasce con più risorse, chi con meno, chi in luoghi pieni di possibilità e chi in “file abbandonate”. Detto questo, non è una canzone sulle differenze di classe: è un brano sul tempo che scorre. Però in quel punto sentivo la necessità di riconoscere che il viaggio non è identico per tutti, anche se poi il tempo, nel bene e nel male, è democratico: avvolge e travolge chiunque, indipendentemente dal vagone in cui si trova.

Per rispondere alla domanda: non so esattamente se ci sia un episodio reale che mi abbia ispirato questa idea, forse solo una serie di pregressi inconsci. Ricordo di aver visto tempo fa “Snowpiercer”, un film poi diventato serie, dove c’è un treno diviso rigidamente in classi, che attraversa paesaggi di neve e ghiaccio. Nella prima versione della canzone avevo scritto molte più strofe e infatti il treno attraversava anche paesaggi di steppe ghiacciate che richiamavano quell’atmosfera. Poi, musicando la canzone, ho capito che volevo spostare il focus: non un viaggio cupo e freddo, ma attraversato da luce e da momenti di meraviglia. Così sono arrivati il rosso del sole (le passioni), il mare (la libertà), gli ulivi (la pace): immagini che per me rappresentano questi aspetti della vita. Quindi sì: ho inserito anche delle piccole riflessioni su differenze economiche e geografiche (“finestre illuminate”, “file abbandonate”, “vagoni con le sbarre, alcuni vuoti e altri pieni”), ma sempre tenendo al centro il tema principale del brano, che è il tempo. Il treno rappresenta la vita e la vita non è uguale per tutti. Però il tempo resta un meccanismo comune: alla fine siamo tutti sullo stesso treno, ognuno nel proprio vagone, ognuno con il proprio bagaglio e le proprie possibilità. E ognuno con un po’ di fortuna, in un modo o nell’altro, vive momenti di pace, di gioia, di amore. E questo è ciò su cui volevo porre l’attenzione.

Dopo questo esordio, quali ambizioni ha per il futuro? Si vede più sui palchi, in studio, o sempre diviso tra musica e medicina?

Per me la musica rimane al centro. Nei prossimi mesi voglio iniziare a muovermi dal vivo, fare concerti e capire se si apriranno possibilità concrete. La medicina la porto avanti soprattutto per il mio sostentamento: mi dà indipendenza, mi permette di non dover accettare le prime offerte che arrivano e di proteggere la mia libertà creativa. Continuo a scrivere, in realtà sto già lavorando a nuovi brani,  perché è l’aspetto che più mi appassiona. Ma mi piace molto anche suonare: voglio costruire dei live che rendano davvero giustizia alle canzoni. Il mio obiettivo è proseguire un passo alla volta, senza fretta e senza pressioni, rimanendo me stesso e rispettando i miei tempi.

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Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.