L’aveva preannunciato Marilena Anzini, ce lo aveva detto in qualche modo come dentro il suo modo dip pensare alla musica, tutto pone al centro la voce e i suoi spazi. Un messaggio che aveva seminato nel 2020 con “Oroverde” e continuato con “Gurfa” del 2022. Oggi esce “Bio-“ e, potendo, tutto questo sembra un “esploso” di questa esperienza di verità biologica delle cose. Un disco riflessivo, sospeso, spirituale e (mi si passi anche il termine dettato da visioni e sensazioni mie personali) direi anche “olistico”. Ascoltatelo con il dovuto trasporto senza ricercare in se l’estetica radiofonica o il gusto dei ritornelli vincenti. La voce è il centro anche grazia alla presenza del suo ensemble vocale femminile Ciwicè. Come dice la didascalia: un mix tra canzone d’autore e canto corale contemporaneo.

La voce… manifesto di “biologia” di questa vita. Per te che rappresenta?
La biologia è la scienza che studia la vita e la voce ha per me molto a che fare con tutto ciò che è “vita”. Intanto il suono vocale di ogni essere umano è espressione di tutti i suoi piani vitali, da quello fisico a quello spirituale. La voce poi è anche cura per la vita: esistono canti di guarigione in tantissime culture ed è risaputo che cantare fa bene, come ricorda il famoso proverbio “canta che ti passa”. La voce è strumento di relazione: nella semplice comunicazione parlata e, in modo ancor più intenso e raffinato, nella comunicazione artistica, in particolar modo quando diventa canto e quindi musica. Nel canto corale poi, diventa un modo straordinario per fare arte e contemporaneamente lavorare sulle relazioni sociali: si condivide un progetto comune per realizzare qualcosa di bello da condividere con gli altri, ci si mette al servizio nello stesso obiettivo ognuno con il proprio contributo e così facendo si fa pratica di collaborazione e senso di comunità. Ultimo ma non ultimo, in ogni tempo e in ogni dove il canto è sempre stato anche una forma di preghiera: anche nel percorso spirituale la voce ha un ruolo fondamentale.
La voce è proprio uno strumento “biologico”: favorisce la vita in tutti i suoi aspetti e ne migliora la qualità!
Voce che per te è sempre stata centrale nelle tue produzioni. Come
mai? Come a metterla su un altro piano rispetto agli altri suoni?
In musica ovviamente tutti i suoni sono importanti e preziosi. La voce nello stesso tempo ha una particolarità visto che è il suono più connesso all’essere umano: ha origine nella vibrazione delle corde vocali che istantaneamente si propaga mettendo in risonanza tutto il corpo. Inoltre, la voce attira maggiormente l’attenzione anche perché, nella forma canzone, veicola le parole. Nella mia musica, la voce assume un’importanza particolare nella dimensione corale dal momento che è fortemente caratterizzata dalla presenza delle Ciwicè, l’ensemble vocale femminile che mi accompagna sia in studio che dal vivo, tanto che in “Bio“ ci sono ben tre brani a cappella, realizzati solo con le voci. In queste parti vocali non utilizziamo solo parole e suoni vocalici come spesso accade con la background vocals, ma anche fonemi, giochi vocalici, linguaggi inventati…sono convinta che il suono dica spesso molto più delle parole. Per la creazione di questi arrangiamenti vocali mi ispiro a tanti mondi musicali, ma il primo della lista è sicuramente quello del grandissimo Bobby McFerrin, che con il suo genio ha portato l’Improvvisazione vocale e il circlesinging a conoscenza del grande pubblico e li ha fatti dialogare con tutti gli altri generi musicali, dal Jazz alla Classica.
E dalla natura? La voce della terra? Ha senso chiederti se sono suoni
da pescare per un disco? Ci hai pensato?
A dirti la verità, nel processo creativo cerco di avere un atteggiamento più ricettivo che attivo: mi piace farmi sorprendere. Non ho un’idea ferrea e prestabilita della forma che vorrei raggiungere, mentre do grande importanza alla coerenza tra suono, musica e parola: mi faccio guidare dal senso della canzone, che spesso si dipana strada facendo, anche in modo inaspettato. Scrivere e comporre è per me un esercizio di duttilità e fiducia: mi piace un sacco farmi da parte e vedere cosa succede. Ti faccio un esempio: tempo fa, una mattina d’estate, mi sono svegliata con una frase che mi girava in testa. Allora ho preso il tablet e l’ho appoggiato in modalità “recording” sul davanzale della finestra aperta: c’era in giro per casa una “sansula”, strumento bellissimo con il suono simile ad un carillon, e ho iniziato a improvvisare suonandolo e cantando le parole. Fuori, come tutte le mattine, era pieno di uccellini che cantavano, ma quella mattina…il loro canto è rimasto nella registrazione. Ovviamente io e Giorgio (mio marito e co-produttore) abbiamo lasciato tutto com’era quando poi abbiamo lavorato alla realizzazione del disco (il precedente “Gurfa”, e il brano in questione è “Rhodé”): impossibile riprodurre la stessa magia in studio. Insomma, più che pescare suoni, preferisco essere disponibile a non sapere cosa accadrà davvero e dare dignità anche a ciò che accade apparentemente per caso…è un modo per sperimentare e andar fuori da ciò che già conosco.
Bella questa copertina: mano di bambino. Chiave di lettura?
Tutti i disegni della grafica di “Bio-“ sono di Estheranna Stäuble, un’artista svizzero-tedesca che è anche cantante e improvvisatrice vocale. Ha composto parecchi disegni ispirandosi ad ogni canzone, con un tratto apparentemente infantile che invece infantile non è: il suo è un tratto vibrante, che sembra suonare…sono disegni che cantano! È stata una bella collaborazione che mi ha fatto pensare a come la fruizione della musica sia pluri-sensoriale: non la ascoltiamo solo con il senso dell’udito! Guardare i particolari di un disegno mentre si ascolta un brano, toccando anche il cartoncino opaco e poroso del packaging del cd…è molto di più di un “semplice” ascolto di musica e parole. Lo so che i cd sono obsoleti, ma penso anche che dobbiamo stare attenti a non “perdere i sensi”. La musica può aiutarci molto in questo senso.
Il tempo passato… il futuro… due poli opposti. Le macchine saranno la
nostra nuova biologia?
Mi viene in mente quel capitoletto de “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, dove il protagonista incontra un mercante che vende pillole per risparmiare tempo: basta prenderne una e ci si toglie la sete per sette giorni, così da non dover più bere e poter risparmiare ben cinquantatré minuti alla settimana. Il Piccolo Principe lo guarda perplesso e dice: “Io, se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”. È innegabile che il progresso possa portare dei vantaggi, ma non è detto che questi migliorino sempre la qualità della nostra vita: quello dipende sempre e solo da noi. In quella camminata da cinquantatré minuti verso la fontana si esprime l’essenza dell’umanità che non è sempre e solo produttività, efficienza ed esteriorità, ma è poesia, contemplazione, creatività, relazione con il mondo che ci circonda… Questo “perder tempo” ci fa entrare in un tempo vero, che va oltre il passato e il futuro e ci porta dritti in quella parte di noi che ci caratterizza come “umani”, quel “quid” misterioso che, ne sono certa, nessuna macchina potrà mai sostituire.


