Nel suo esordio letterario, Maila Evangelista trasforma la memoria in racconto condiviso, dando voce all’importanza dell’ordinario e del tempo presente. In questa intervista spiega come la sincerità possa diventare un ponte tra le persone, e come la scrittura aiuti a ritrovare il senso dell’essenziale.

Maila, è un piacere averti qui. Come hai bilanciato sincerità personale e universalità nel racconto?
Ho cercato di trovare un equilibrio naturale, senza forzature. Scrivere di sé comporta sempre un rischio: quello di chiudersi in una dimensione troppo intima o, al contrario, di allontanarsi troppo per paura di esporsi. Io ho scelto la via dell’autenticità, quella che non cerca di piacere ma di essere vera.
Ho scritto le mie esperienze senza pensare a chi le avrebbe lette, ma con la certezza che, se qualcosa è sentito davvero, trova da sé la strada per arrivare agli altri. In fondo, le emozioni sono universali: cambiano i contesti, ma non i sentimenti. E credo che la forza di un racconto stia proprio lì — nella capacità di essere personale e, allo stesso tempo, riconoscibile. Quando qualcuno mi dice “sembrava che parlassi di me”, capisco che quella sincerità è diventata un ponte emotivo.
Quale pubblico pensi possa sentirsi più vicino al tuo libro e perché?
Penso a chi sente che la propria vita, per quanto piena, non lo rappresenta del tutto. A chi corre da mattina a sera, senza mai il tempo di chiedersi se la direzione sia quella giusta.
Il mio libro è per chi avverte il bisogno di fermarsi un attimo, di respirare, di ritrovare la connessione con ciò che conta davvero. È per chi ha imparato, magari dopo un inciampo, che la normalità può essere un luogo pieno di valore, se vissuta con consapevolezza.
Credo che ognuno, a un certo punto, abbia bisogno di riscoprire la bellezza dell’ordinario: il gusto di un caffè condiviso, una parola gentile, una giornata qualunque che all’improvviso diventa speciale. A chi sente tutto questo — o vuole tornare a sentirlo — credo che il mio libro possa arrivare con naturalezza, come una voce amica.
Hai ricevuto qualche feedback inaspettato o particolarmente significativo dai tuoi lettori?
Sì, e sono stati forse la parte più sorprendente e commovente di tutto questo percorso. Ho ricevuto messaggi pieni di emozione, da persone che non conosco ma che mi hanno scritto come se ci conoscessimo da sempre. Alcuni mi hanno detto che hanno riso, altri che hanno pianto, molti che si sono sentiti meno soli.
Un messaggio in particolare mi è rimasto nel cuore: una donna mi ha scritto che avrebbe regalato il libro a sua figlia adolescente, perché voleva farle leggere un racconto di vita autentico, che parlasse di forza, vulnerabilità e gratitudine. Mi ha toccata profondamente, perché mi ha fatto capire che un libro, anche piccolo, può diventare un ponte tra generazioni, un modo per parlarsi in modo nuovo.
Sapere che le mie parole hanno acceso in qualcuno il desiderio di guardare la propria vita con occhi diversi è il riconoscimento più bello che potessi ricevere.
Quali aspetti della scrittura autobiografica ti hanno appassionato di più?
Mi ha affascinata la possibilità di trasformare la memoria in qualcosa di vivo, di restituire voce e colore a ciò che credevo archiviato. La scrittura autobiografica ti obbliga a guardarti dentro, ma anche a prendere distanza: è un continuo avvicinarsi e allontanarsi da sé, fino a trovare un punto di verità.
Ogni capitolo, per me, è stato un piccolo esercizio di gratitudine: verso le persone, le esperienze, persino gli errori. Scrivere è diventato un modo per riconoscere che tutto ciò che ho vissuto — bello o difficile — mi ha portata fin qui.
E poi c’è qualcosa di profondamente liberatorio nel mettere in ordine i ricordi: è come riaprire cassetti pieni di oggetti dimenticati e accorgersi che, dentro ognuno di loro, c’è un pezzo di te che ancora vuole essere ascoltato. È questo, credo, ciò che mi ha appassionato di più: il potere di dare nuova vita a ciò che pensavi di aver già vissuto.


