Un commissario perseguitato dal passato, un assassino che uccide in nome degli animali, una città che nasconde ferite profonde. Simone Clementi racconta un noir potente e inquieto, dove la linea che separa il bene dal male si dissolve nella mente dei protagonisti e nella fragilità del ricordo.

Un caro saluto a te, Simone. Il protagonista de “Il veleno dell’Ippocampo” è un commissario tormentato dal lutto e da un passato complesso: come hai lavorato sul suo sviluppo psicologico?

Buongiorno e un caro saluto a tutti voi, grazie per questo spazio e per la piacevole chiacchierata. Ho iniziato a lavorare sul profilo psicologico del Commissario Iena partendo da un preciso punto, come faccio sempre quando creo i miei personaggi, che siano “buoni” o “cattivi” sono in primis esseri umani. Il lettore deve poter interagire con i personaggi, ritrovarsi nelle situazioni che vivono e poter dire “anche a me è capitata o potrebbe capitare questa situazione o sentire queste emozioni”. Col tempo e con lo studio ho sviluppato un questionario che faccio a tutti i miei personaggi ogni volta che prendo appunti e sviluppo un’idea per farla diventare un romanzo. Iena è un uomo che ha un passato da alcolizzato, un grave lutto in famiglia di cui si sente in parte in colpa e per questo tormentato dai suoi demoni che non perdono tempo a farsi sentire nella sua mente. Tutto questo perché volevo mettere in difficoltà il mio Commissario, tutti noi quando siamo sotto pressione reagiamo in maniera diversa ma sostanzialmente prendiamo due strade differenti. Ci sono persone che sfruttano le situazioni e le pressioni per reagire e migliorarsi e chi invece si fa schiacciare sempre di più dal loro peso. Io ero curioso di vedere quale direzione prendeva il nostro Commissario. Per rendere più interessante la lettura, mentre deve indagare su un assassino che agisce per tutta Roma come un fantasma, suo padre si ammalerà di Alzheimer. Il padre è un punto fermo nella vita di Iena, una delle fondamenta su cui è poggiata tutta la sua personalità.

Qual è il confine tra giustizia e ossessione che emerge nel romanzo?

È un confine molto sottile, definito dalle conseguenze delle scelte fatte dai protagonisti. Si gioca tutto sui diversi punti di vista. Prendiamo l’Ippocampo, per esempio, lui sceglie di uccidere perché dal suo punto di osservazione quella che ha scelto è una lotta per dare voce e giustizia a chi subisce e non può ribellarsi, gli animali. C’è chi segretamente non ha il coraggio di fare come lui ma lo supporta e c’è poi il resto della società che lo definisce, giustamente, un assassino perché toglie vite innocenti. Può sembrare un confine netto, un punto fermo su cui non si dovrebbe discutere, eppure anche nella realtà spesso non è così scontato. Mi piace giocare sui diversi punti di osservazione, mettere in gioco anche le parti più ovvie. Sei un assassino e perciò devi pagare ed essere consegnato alla giustizia, ma ci sarà uno o più momenti dove il lettore si troverà a pensare, in segreto, è un assassino ed ha sbagliato ma in parte lo capisco. Tutti noi ci vergogneremmo a dire a voce alta un pensiero del genere ma almeno una volta lo pensiamo ed è quello il confine sottile su cui mi piace poggiare le mie storie noir. Stesso discorso possiamo farlo con il Commissario. È il buono ma anche lui ha degli scheletri nell’armadio e per questo, anche se facciamo il tifo per lui, non ci sta molto simpatico.

Quanto è centrale il tema della memoria nella storia?

Direi che il tema della memoria è uno dei temi centrali del romanzo. Ha un peso enorme nella storia. Il Generale Iena, padre del Commissario, la perde man mano che la malattia avanza. L’Ippocampo, per motivi che non posso dirvi, conserva ricordi profondi che lo portano ad agire e pensare come vedrete nel corso della storia, arrivando a giustificare gli omicidi più efferati. La memoria è un motore potentissimo e silenzioso che agisce sul nostro cervello e sul nostro subconscio senza che neanche ci rendiamo conto. Ci sono guerre scatenate dalla memoria, liti famigliari per colpa di ricordi che non riusciamo a lasciare andare. Tutto questo non può essere ignorato da chi come me vuole descrivere la società moderna e passata attraverso storie di crimini e noir.

Come hai rappresentato la fragilità umana all’interno di una trama noir?

Sono partito da un concetto molto personale e molto spirituale. Per me non esistono persone buone e persone cattive, esistono persone Felici e persone Tristi. Più si è felici con sé stessi e più si sta lontani dal pensiero di fare del male al prossimo. Una persona felice e appagata con sé stessa è una persona forte che riesce ad allontanarsi dalle provocazioni che ogni giorno gli capitano. Diversa invece la situazione in una persona triste e senza un forte equilibrio con sé stessa. Queste persone sono deboli sempre animate dalla rabbia che, come un veleno, le corrode dall’interno ed è per questo che sono più predisposte a farsi controllare dalle situazioni e dalle provocazioni che incontrano lungo la loro strada. La felicità, a parer mio, si fonda sugli equilibri come una bilancia. Se prendiamo tutto questo concetto e lo trasportiamo nella società moderna fatta di grandi e piccoli crimini, persone fragili e con trascorsi personali molto più pesanti di loro, abbiamo una base perfetta per qualsiasi romanzo noir.  

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.