Come dicevo, c’è una leggerezza pensata, una malinconia che non si prende troppo sul serio, una nostalgia appena accennata che non ha bisogno di piangersi addosso. Vive tutto questo e anche tanto mestiere raffinato e maturo nel primo album di Manuele Albanese titolato “Biglie”, pubblicato dalla rediviva Cramps Music. Come fosse un piccolo romanzo estivo che si dipana dentro otto canzoni, otto storie, otto modi di guardare all’amore, al disincanto, all’ingenuità che ci resta addosso anche quando pensiamo di averla superata.

A guidare il disco non è la pretesa, ma il gioco. Non il gioco inteso come scherzo, ma come gesto libero e autentico, come lo scatto di una biglia sulla sabbia – senza sapere se arriverà alla buca o finirà fuori pista.  E che forse, il “fuori pista” sia auspicabile in senso di crescita e contaminazione. Questo è forse il cuore più vero dell’album: l’idea che la vita, come l’amore, come la musica, sia un movimento impreciso, incerto, dolce e a tratti assurdo. Una corsa dettata dall’impulso e dalla meraviglia, più che dalla strategia.

Albanese canta con il sorriso tra le righe, anche quando il testo suggerisce ben altri piani. È una scrittura personale, ma mai chiusa in sé: c’è sempre spazio per un’immagine condivisibile, per una scena che tutti, almeno una volta, abbiamo vissuto o immaginato. Gli arrangiamenti, curatissimi e pieni di dettagli affettuosi (mi piace questo richiamo e questo senso di protezione che il disco mi restituisce), richiamano con misura e grazia il grande pop italiano degli anni Settanta, quello che sapeva essere complesso senza suonare complicato. Merito anche di Edoardo Piccolo, che accompagna la visione dell’artista senza mai appesantirla. E poi c’è tanta luce dentro questo disco, quella capacità di dire cose serie con la voce leggera, che somiglia al modo in cui ci si raccontano certi ricordi d’infanzia, che forse Albanese stesso insegue in questo suono: vive e lascia vibrare un misto di tenerezza e ironia. Come se fosse tutto vero, ma anche no. Come se anche il dolore, se guardato con la giusta distanza, potesse farsi racconto.

“Biglie” è un esordio che non fa rumore, forse paga il debito di troppe somiglianze, forse si cimenta in citazioni troppo lussuriose e arroganti. Però è un disco che ti viene voglia di portarti dietro, di ascoltare a occhi chiusi in un giorno di pioggia. È come il video ufficiale della title track: si resta, anzi si deve restare, bambini anche da adulti. E che belli siamo quando ci abbandoniamo a gesti che da adulti non sono più “permessi”. “Biglie” suona come certe estati in super 8, che anche se sbiadiscono, restano bellissime proprio così.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.