Tra Sartre, Marx e chitarre distorte, i Bounced Back lanciano una provocazione esistenziale. Il singolo è una denuncia al conformismo e un invito a guardarsi dentro. Nelle loro parole, il senso di una musica che non consola, ma scuote. E un’identità che si costruisce nel dubbio.

Bentrovati, ragazzi. Quali citazioni implicite hanno arricchito il testo del nuovo brano “Disclose”?
Ciao! Grazie, è un piacere essere qui. In Disclose ci sono molte suggestioni, alcune più evidenti, altre più sottili. A livello filosofico, ci siamo ispirati a pensatori come Foucault, Sartre e Marx, ognuno per aspetti diversi. Foucault per l’idea delle strutture di potere invisibili, Sartre per la responsabilità della scelta e l’autenticità dell’essere, Marx per la critica alla società che aliena l’individuo trasformandolo in funzione del sistema.
Non ci sono citazioni dirette, ma tutto questo è stato come un filtro invisibile nella scrittura: l’idea di denunciare, smascherare, analizzare ciò che spesso diamo per scontato. Anche il verso “fall in line or fall” è una provocazione che può sembrare conformista, ma è l’opposto: o scegli di prendere posizione, oppure rischi davvero di cadere nel conformismo.
Se doveste descrivere l’essenza del brano con tre parole, quali sarebbero?
Diremmo: consapevolezza, rottura, trasformazione.
È un brano che vuole far riflettere ma anche smuovere, far rumore dentro. Non per il gusto di provocare, ma per far nascere domande vere, personali.
Da dove nasce la vostra passione per la musica?
Sicuramente da un’urgenza, più che da una decisione. La musica è stata, per ognuno di noi, un linguaggio primario. Prima ancora di sapere cosa volevamo dire, avevamo bisogno di esprimerlo suonando. In realtà, tra di noi, prima ancora di comunicare bene a parole, cioè proprio usando la lingua italiana, abbiamo iniziato a capirci con la musica e con tutti gli atteggiamenti che richiedeva e necessitava questo linguaggio per essere espresso. Da lì sono nati dei codici, delle regole non scritte che ancora oggi guidano la band. Ci sono principi che consideriamo intoccabili, anche se non li abbiamo mai formalizzati: vengono rispettati naturalmente, perché la musica ci ha insegnato a riconoscerci.
Col tempo è diventata anche uno strumento per pensare, per metterci in discussione. Non è solo qualcosa che facciamo, è il nostro modo di stare al mondo. Quando scriviamo, ci chiediamo sempre se quello che stiamo creando ci rappresenti davvero, o se stiamo semplicemente replicando ciò che il pubblico si aspetta. È un confronto continuo tra il dentro e il fuori, tra quello che siamo e quello che ci circonda.
La ricerca dell’identità nel suono è diventata quasi un’ossessione, ma nel senso positivo del termine. Ogni volta che ci ritroviamo a suonare insieme, è come se cercassimo di costruirci un piccolo paradiso, il nostro spazio ideale, dove tutto torna, dove ci sentiamo liberi e coerenti. E forse è proprio questo che ci spinge ad andare avanti.
Lasciate un messaggio al vostro pubblico di ascoltatori!
Ci piacerebbe dire questo: “Non abbiate paura di mettervi in discussione. Chiedetevi chi siete, perché fate quello che fate, se vi assomigliate davvero. Siate onesti con voi stessi, anche quando fa male, anche quando costa.
E grazie, davvero, a chi ci ascolta e ci supporta. Speriamo che la nostra musica possa essere uno spazio dove ognuno si senta libero di riconoscersi, o magari perdersi un attimo, per poi ritrovarsi meglio.”


