
Nel suo romanzo “Quando chiudo gli occhi”, Alessandro Accardo guida il lettore in un viaggio tra memoria, rimorso e introspezione. Attraverso le vicende di Julien, il protagonista, l’autore esplora i limiti della morale, offrendo una narrazione complessa e affascinante. Ogni evento, reale o immaginato, diventa parte di un mosaico emozionante che invita alla riflessione su temi universali. Scoprite alcune sfumature del romanzo nell’intervista esclusiva che segue!
Ciao, Alessandro. Da dove nasce l’ispirazione per il nuovo romanzo “Quando chiudo gli occhi”?
Sebbene quella narrata in “Quando chiudo gli occhi” sia una storia di pura fantasia, l’opera è il frutto di una mia esperienza personale. Quando avevo diciannove anni vissi un periodo di forte depressione. Il dolore mi costringeva a letto, steso su un fianco a fissare la parete di fronte a me. Quando chiudevo gli occhi mi ritrovavo perpetuamente a rivivere episodi per cui mi sentivo tremendamente in colpa, episodi che vedevo come macchie indelebili, azioni che mai sarei riuscito a perdonarmi. L’unica mia possibilità era rielaborare quegli eventi, analizzarli, destrutturarli. Successivamente iniziai a trovarmi di fronte altre scene, eventi di un passato remoto, momenti della mia infanzia. Allo stesso modo, anche quegli episodi erano legati a un forte senso di colpa, ma, analizzandoli, sentivo dell’altro al di là del dolore, qualcosa che mi permetteva di percepire la speranza, che mi faceva capire che quei viaggi mentali avevano un fine.
Mi ritrovai così a fare altri sogni, questa volta astratti. Fu proprio uno di quei sogni che cambiò tutto, ed è descritto nel prologo del libro, una scena surreale, cruda, il cui messaggio era il seguente: in quanto umano, io sono un animale, un essere con un istinto, ma sempre in quanto umano, io sono un animale pensante, un essere con una coscienza. Quella era la verità pura, basilare, e la sua conoscenza era la chiave per poter guardare agli eventi della mia vita con nuovi occhi, con la capacità di vedere altro al di fuori del dolore e a trovare così il modo di accettare il senso di colpa e uscire rinnovato da esso. È così che è nato “Quando Chiudo gli Occhi”, la storia di un uomo che si ritrova costretto a rivivere gli episodi della sua vita cui sono legati i suoi sensi di colpa, un mondo surreale e grigio da cui potrà uscire solo imparando a comprendere l’istinto e ad ascoltare la coscienza.
La storia di Julien è incredibilmente dolce e, a tratti, paradossale. Come sei riuscito ad ottenere questo effetto?
Julien è una persona assalita dal senso di colpa, una persona dal cuore colmo di dolore, ma estremamente grande. È una persona che non si arrende, un uomo che, ritrovatosi a dover rivivere i momenti difficili della sua vita, cerca in tutti i modi il coraggio per poterli analizzare nel profondo, con la massima onestà. In ogni episodio del libro, oltre al dolore è possibile percepire la speranza di Julien, il suo desiderio di capire, di cercare, di vivere. Lui è un essere umano che, perso nelle vicissitudini della vita, dimenticatosi di quella che era la sua vera natura, si ritrova ad affrontare un viaggio di introspezione che ha un essenziale ultimo fine: la conoscenza di sé in quanto individuo ed essere umano. Accettare le nostre debolezze, i nostri sbagli, la nostra natura, è il frutto di un percorso doloroso, talvolta crudo e spaventoso, ma durante il quale possiamo percepire tanta dolcezza, tanta tenerezza figlia della nostra essenza e del desiderio di rinascere. È così che ho ottenuto questo effetto: tirando fuori l’empatia del lettore e facendo emergere in tutto il suo splendore la pura natura umana.
Sei molto attento alle dinamiche psicologiche dei personaggi. Qual è il fine di queste descrizioni accurate?
Come tutti i libri, anche “Quando Chiudo gli Occhi” è un mezzo di intrattenimento, ma con un fine pedagogico. È una testimonianza da parte di una persona che ha combattuto contro il dolore e che ne è uscita vincitrice. L’obiettivo delle descrizioni così accurate è quello di permettere ai lettori di vivere, attraverso la storia di Julien, quello che è stato il mio percorso di rinascita, quel processo di autoanalisi che mi ha donato la capacità di vedere oltre il dolore e di riscoprire la natura umana. Le dinamiche psicologiche hanno proprio il fine di permettere al lettore di scavare a fondo dentro di sé, ritrovando loro stessi nei ragionamenti e nelle analisi dei personaggi. L’approccio introspettivo di Julien è da considerarsi come un metodo per affrontare il dolore in maniera costruttiva, un processo che tende a fornire nuova forza per affrontare i momenti difficili della vita.
Ti sei ispirato a qualche genere o romanzo particolare, per la stesura di “Quando chiudo gli occhi”?
Le fonti di ispirazioni sono state molteplici, e non solo dal mondo della letteratura. Da un punto di vista tecnico mi sono ispirato ai romanzi psicologici del Novecento, quali “La Coscienza di Zeno” e “Uno, nessuno e centomila”, ma sul lato tematico l’opera d’ispirazione principale appartiene incredibilmente al mondo dei videogiochi. Sempre durante il mio periodo di depressione, scoprii la storia di “Silent Hill 2”. È una storia che parla proprio di senso di colpa, di come esso possa trasformare il mondo in cui viviamo, distorcendolo e mostrandocelo come una landa desolata abitata da mostri figli della nostra mente. Fu proprio grazie a quell’opera che ebbi l’ispirazione: partendo dalla storia del videogioco, decisi di far percorrere al personaggio il mio stesso viaggio, seppur solo nella forma. Inoltre, sempre dal videogioco ho tratto l’ispirazione per le scene surreali della parte I del romanzo, episodi che piaceranno tantissimo anche agli amanti dell’horror e del thriller. Altra grande fonte d’ispirazione è stata il film del 1962 di Luis Buñuel, ovvero “L’Angelo Sterminatore”, film in cui il concetto di paralisi dell’anima viene descritto attraverso la surreale situazione in cui un gruppo di persone, dimenticatosi a seguito di una cena il convivere civile e lasciandosi totalmente prendere dall’istinto egoistico animalesco, non riesce più a uscire letteralmente da una stanza, almeno finché non si ricordano nuovamente di una cosa: ciò che stavano facendo prima della cena, quando erano ancora degli animali sociali. Tale processo si rispecchia perfettamente nel concetto che io stesso volevo descrivere nel testo, ovvero l’impossibilità di riuscire a tornare a vivere liberi dal dolore finché non ci si ricorda di quella che è la propria natura di animali composti da istinto e coscienza. A questo capolavoro di film ho dedicato un intero capitolo, quello che mi sta più a cuore, il capitolo numero 8: “Nessuna frittata è sempre la stessa frittata”.


