di Francesca Papagni

Il racconto delle vicende del duo Caputo-Pompilio risulta certamente inscrivibile nelle pagine di un «annales», essendo stato ricolmo di avvenimenti e riferimenti indimenticabili, al pari di una storiografia. Pagine celebrative cariche di ricordi musicali sempiterni continueranno a viaggiare nella vastità percettiva del tempo, unità di misura tanto umana quanto fittizia, risultante in ogni caso in perpetua fuga; e se una tale definizione oraziana lascia spazio a una reale riflessione sulla caducità del senso della vita, è proprio in quel momento che la forza di quelle stesse memorie deve essere intesa come rievocazione indelebile pronta a scavalcare la pessimista accettazione della realtà, e a motivare l’anima a coltivare una scelta di vita, caratterizzata dal godere del presente e delle gioie passate offerte dal destino, identificabili nell’amicizia, nella pace interiore, nel convivio e nel quieto vivere.

«Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.»

(Mentre si parla, il tempo, avido, è già in fuga, come se ci odiasse! Così, cogli il giorno, non credere al domani. – Orazio)

Tale «modus essendi» dall’antico sapore epicureista è stato sicuramente un inno di gioia alla vita, al quale il maestro Giuseppe Caputo si è appigliato, con tutte le proprie forze, negli ultimi tempi della sua esistenza. Come eroe latino trascinato insensibilmente in una cruenta battaglia (una lenta e inesorabile malattia), egli ha cercato di sfuggire ai nefasti richiami della morte nera, la quale alla fine ha avuto però il sopravvento, ma il suo grande valore di humanitas et caritas risiederà in eterno nei cuori di chi custodirà la sua memoria.

“La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.”
(Fernando Pessoa)

Sfortunatamente ho conosciuto in maniera effimera la persona del maestro Caputo: seppur quasi compaesano e musicista affermato a livello mondiale, non ha goduto della fama che avrebbe meritato. Tuttavia il destino, negli ultimi tempi, ha deciso di venirmi incontro, riguardo all’ampliare tale conoscenza descrittiva, avvicinandomi alla figura del maestro Luciano Pompilio, fraterno amico di Giuseppe Caputo. Attraverso incontri musicali, concerti, interviste, ragionevoli excursus su quanto sia vasto ed avventuroso il mondo della musica visto dagli occhi di due viaggiatori musicali erranti del loro calibro, ho potuto in maniera piuttosto dettagliata – nella mia attuale veste di recensionista – avvicinarmi ad un’attenta analisi significativa di ciò che per entrambi è stato un quotidiano sodalizio per venti lunghi anni.”

duo

Gli albori, la formazione, il risvolto: Il duo Caputo-Pompilio si formò nel 1994 con il mirato intento di analizzare, sperimentare e diffondere il repertorio originale, per due chitarre, d’Ottocento e Novecento. L’incontro fra Luciano e Giuseppe avvenne in gioventù – nei tempi in cui i fratelli brasiliani Sergio e Odair Assad influenzavano massimamente la formazione di nuovi adepti dello strumento, e detenevano al contempo lo scettro della critica musicale – fra un diploma conquistato e un altro, quasi pronto alla maturazione, sulle note della conturbante “Tango Suite” di Astor Piazzolla; durante gli ultimi anni del conservatorio, dopo un’accurata riflessione da parte di Giuseppe, volta al rifiuto della carriera da solista, seppur brillantissimo interprete, la fortunata formazione prese il via, e come trampolino di lancio scelse il Corso Triennale Internazionale di Formazione Concertistica presso l’Arts Academy di Roma. Al duo fu conferita poi la laurea con il massimo dei voti, sotto la guida del M° Stefano Palamidessi. Seguirono poi gli anni di perfezionamento e consolidamento con David Russell, Alberto Ponce, Hopkinson Smith, Angelo Gilardino, David Starobin, Carlos Bonell ed i fratelli Sergio e Odair Assad, tutte massime figure portanti della chitarra. Dopo numerose esperienze concertistiche, il duo si lanciò in un vero e proprio folle volo, circumnavigando e approdando su quasi tutti i migliori palcoscenici mondiali: Italia, Olanda, Ungheria, Belgio, Spagna, Svizzera, Francia, Malta, Messico, Corea… Fra le tappe più significative a livello curricolare è bene ricordare: il festival “Andres Segovia”, a Madrid, il Festival d’été a Toulouse, Guitar Festival di Siracusa, e il Festival di Morelia in Messico; oltre alla sovracitata e infinitesimale lista di festival, a contraddistinguere la peregrinatio musicale del duo è la copiosa lista di concorsi internazionali e mondiali a cui partecipò, aggiudicandosi la vincita di ben 14 primi premi assoluti; con la conquista del primo premio dell’undicesima edizione del concorso più importante al mondo per duo di chitarra a Montelimar (Francia) – primi italiani ad averlo ottenuto – il duo ricevette l’investitura definitiva sulla scena musicale internazionale, imponendosi all’attenzione della stampa e deglia addetti ai lavori. Non meno importante è ancora tutt’oggi il passaggio radiofonico dei loro lavori musicali, specialmente su rinomate frequenze del calibro di Rai-Radio 3, Radio Vaticana, Radio Ucraina e France Musiques.

“Anche i dolori sono, dopo lungo tempo, una gioia, per chi ricorda tutto ciò che ha passato e sopportato.” (Omero)

L’analisi musicale e interpretativa della produzione discografica:
Descrivere in poche righe e in maniera fruibile l’immensa grandezza, le peculiarità dei pezzi da repertorio, e le linee di resa della produzione musicale del duo Caputo-Pompilio è ardua impresa! Con alle spalle ben sei dischi, allegati alla rivista internazionale GuitArt, il sodalizio musicale del duo compie un percorso evolutivo et sulla storia della musica et sulla percezione psicologica dell’ascoltatore. Partendo da un vero e proprio mash-up composto da tecnicismi espressivi, dall’ardore sonoro e paganeggiante di pezzi gitani, dalla ricchezza ritmica, dalle capacità polifoniche e contrappuntistiche del primo disco (“Works for guitar duo: Bogdanovic, Rodrigo, Castelnuovo-Tedesco, Absil, Rosetta, Petit”), si è passato man mano alla sperimentazione di nuovi generi: la trascrizione strumentale di opere orchestrali di fine Ottocento e inizio Novecento per chitarra (ad opera di M.Giuliani e F.Carulli), di stampo tecnico prettamente Mozartiano, Beethoveniano, Belliniano, Haydniano e Rossiniano, la contaminazione fra lirica (resa dalla voce di Anita Biltoo), atmosfere d’estrada tipiche della tradizione iberica unita al passionale flamenco, con frequenti pizzicati, arpeggiati e le sovrapposizioni armoniche delle danze e canti d’Andalusia (“Spanish Atmospheres”), il ritmo danzante e tonale dalle venature novecentesche dei balletti stravinskijani (“Concerto per due chitarre e orchestra, op.193”), affidato al duo dalla compositrice contemporanea Teresa Procaccini, fino ad arrivare all’apice intoccabile della sacralità, le quattro stagioni dell’armonia musicale, tecnica e sonora, l’arcobaleno del contrappunto, ovvero le Variazioni Goldberg di J.S.Bach, trascritte accuratamente e in maniera eccelsa da Benedetto Montebello. Lo studio sacrificale e meticoloso delle suddette ha richiesto al duo ben due anni di prove, ma il dolore estenuante è stato ampiamente ripagato dal successo strabiliante ottenuto durante i live. Lodi da ogni parte del mondo e critica favorevolissima hanno accompagnato i due artisti fino all’ultima fermata (“Omaggio a Nino Rota”), caratterizzata durante il viaggio da una soundtrack tipicamente italiana, ad opera del noto compositore Nino Rota, su un’altra abile trascrizione di Benedetto Montebello, capace di spaziare dalla spensieratezza del pop leggero, fino a giungere alle delicate terzine del valzer, al classico jazz.

La vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente. È un viaggio dello Spirito attraverso la materia, e poiché è lo Spirito che viaggia, è in esso che noi viviamo. Ci sono perciò anime contemplative che hanno vissuto più intensamente, più largamente, più tumultuosamente di altre, che hanno vissuto la vita esterna. Conta il risultato. Ciò che abbiamo sentito è ciò che abbiamo vissuto. Si torna stanchi da un sogno come da un lavoro reale. Non si è mai vissuto tanto come quando si è pensato molto.” (Fernando Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”)

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Il ricordo celeste di Giuseppe Caputo

« Era una fredda giornata di novembre del 2014 quando il mio caro amico Giuseppe mi comunicò una triste verità. Dopo vent’anni di incessante studio, attività concertistica, episodi di vita quotidiana che meriterebbero la trasposizione teatrale per la loro divertentissima e insolita trama, il sapere improvvisamente della grave malattia di Giuseppe, e il fatto che forse col tempo avremmo dovuto interrompere tutto in maniera brusca, è stato a dir poco devastante…» – racconta Luciano Pompilio, leggermente scosso.
Parole segnate da un’evidente rassegnazione, che come un’omicida lama tagliente scalfisce e lacera il cuore di un’anima limpida, ormai consunta. Ciò che ha contraddistinto la figura del maestro Caputo è senz’altro la sua estrema calma accompagnata da un’apparente serenità. Non è possibile remar contro gli infausti avvenimenti che il destino mette dinanzi al percorso di vita di ognuno, dunque giocare la carta dell’accettazione ragionata risulta una mossa vincente. Il ricordo imperituro di ciò che un giorno sparirà come polvere al vento resterà sempre vivo nella mente, e vivrà finché vana memoria non ne cancellerà ogni traccia.
La religiosità era un’altra dote visibile in Giuseppe: la sua personalità così docile, mite, disciplinata ma allo stesso tempo franca e rassicurante, derivava anche da un’esegetica cultura biblica; diffondere pacatezza e tranquillità, talvolta con un’inconsapevole aria semplicemente buffa, era una delle tante spontanee doti che maggiormente veniva fuori in un qualsiasi contesto egli si trovasse. Non un difetto, ma un amabile pregio, a detta di molti. Il progressivo decadimento fisico, conclusosi infine con la sua scomparsa, ha lasciato un enorme vuoto nel cuore di ognuno, a partire dai suoi più cari affetti, e a terminare con la moltitudine che lo riteneva un perfetto sconosciuto; eppure, solamente guardando una delle sue tante esecuzioni o fotografie presenti nel web non si può far a meno di provare un sentito senso di commozione, e giudicare le scene appena descritte con un istintivo sorriso composto.

Musicalmente parlando, il discorso risulta altrettanto logico: la genuinità, la decisione, e la comprensibilità delle sue esposizioni musicali risulteranno sempre ottime, così come il controllo emozionale ed esecutivo sulla scena. La facilità con la quale Giuseppe saltava da un tasto all’altro era disarmante: aveva una snaturata capacità nel rendere ordinate tutte le note, perfino quelle infuocate dei pezzi spagnoli, argentini e brasiliani, qualità mai vista prima in un virtuoso, solitamente avvezzo a un certo ardore e tormento d’animo. Oso, in veste di giudice musicale, definire le sue prove come delle beatitudini, immerse in una sorta di paesaggi bucolici e agresti.

Una realtà che resterà ineguagliabile e inimitabile quella del duo Caputo-Pompilio, specialmente a livello visivo e scenografico. Il contrasto di colori e di atmosfere generato da due personalità così vicine ma diverse, richiama alla mente due esaustivi paragoni: una citazione beethoveniana e wagneriana propria di un interprete filosofico, a tratti riflessivo e dal fascino maledetto, per ciò che riguarda Luciano; un curioso, allegro, e sicuro mix fra Mozart e Clementi, in cui traspare una certa imperturbabilità e capacità di unire spensieratezza, tecnica e innovazione, per quel che invece riguarda Giuseppe.

In extremis, il ricordo del maestro Caputo è la proiezione celeste di una calma ricca di divertissement. Ovunque egli sia in questo momento, continuerà a viaggiare come in una tournée, e dalle pendici di un alto monte sarà pronto a deliziare le nostre orecchie con le sue chiare note ogni qual volta che qualcuno visionerà le sue esecuzioni su uno schermo virtuale o semplicemente premerà il pulsante “play” di un lettore musicale; la sua platonica, candida, fiera e sorridente visione, immersa nell’eden dell’eterna «Ars musicae» è l’immagine giusta da tenere sempre a mente. Perché la morte, in fondo, è solo la curva di una strada, è il non-esser più visti; le immagini effettive della memoria sono invece l’arte del celebrare, del sentire, del continuare ad esistere, come tutti crediamo metempiricamente di essere, e siamo ancora oggi, tra l’infinito e la veglia, fra la metafisca e la realtà.

“Il mondo è come un libro, e chi non viaggia ne conosce una pagina soltanto. […] Il viaggio perfetto è circolare: la gioia della partenza, la gioia del ritorno.” (Sant’Agostino)

13516739_1254151691285385_5709717072818704340_n Articolo situato all’interno della rivista internazionale di chitarra “GUITART” n.83 – Luglio/Settembre 2016 ®

Francesca Papagni

Sono Francesca Papagni, studentessa di Lettere, e scrivo di arte, musica, letteratura, teatro, non a caso le mie più grandi passioni. Sono alla continua ricerca di una personale «folle condizione ideale» per evadere da quell'immobilismo ristretto che pervade talvolta la realtà. La mia vita è un filosofico mix tra un film alleniano e un quadro escheriano: frenetica, sottosopra e in bianco e nero. Sensibile e riflessiva, a volte prolissa ed enigmatica, ironica e sarcastica al punto giusto, sogno di poter lavorare un giorno nell'immenso mondo dell'"Ars Litterae", adattandomi a qualsiasi sfaccettatura professionale ad essa correlata, per condividere con gli altri quel senso di «curiositas» che muove il mondo.

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Sono Francesca Papagni, studentessa di Lettere, e scrivo di arte, musica, letteratura, teatro, non a caso le mie più grandi passioni. Sono alla continua ricerca di una personale «folle condizione ideale» per evadere da quell'immobilismo ristretto che pervade talvolta la realtà. La mia vita è un filosofico mix tra un film alleniano e un quadro escheriano: frenetica, sottosopra e in bianco e nero. Sensibile e riflessiva, a volte prolissa ed enigmatica, ironica e sarcastica al punto giusto, sogno di poter lavorare un giorno nell'immenso mondo dell'"Ars Litterae", adattandomi a qualsiasi sfaccettatura professionale ad essa correlata, per condividere con gli altri quel senso di «curiositas» che muove il mondo.