Abbiamo intervistato Daniele Russo, attore nello spettacolo teatrale “Arancia Meccanica” che domani sera alle 21:00 sarà in scena al Teatro Massimo di Pescara.
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So che hai recitato anche in tv, per esempio nella famosa fiction “Il clan dei camorristi”… In che ambito ti senti più a tuo agio a lavorare? In teatro, in tv o al cinema?
In teatro mi diverto di più perché consente di avere dei tempi di concentrazione, uno spazio creativo sicuramente maggiore mentre cinema e televisione vengono affrontate un po’ come una catena di montaggio. Parliamo, ovviamente, del piacere di stare in scena che è sicuramente superiore nel teatro
So che hai diretto per anni anche una tua compagnia… Ce ne puoi parlare?
In realtà prima di dirigere in teatro ho seguito anche alcuni progetti paralleli.
Uno con cui affrontavamo grandi classici: Shakespeare, Goldoni con cui abbiamo girato parecchio con produzioni molto fortunate (una fu “Molto rumore per nulla” con la regia di Pino Labbate, un’altra invece fu “Gli innamorati” con la regia di Gabriele Russo e “Arancia Meccanica”); con un altro progetto invece seguivo più la drammaturgia contemporanea che poi è ciò che mi sta più a cuore in quanto in Italia ci vorrebbe un concreto e forte rinnovamento dei testi.
Cosa ne pensi della realtà teatrale italiana in generale?
Penso che ha poco coraggio; Qualcuno oggi sta forse cominciando a capire che bisogna puntare sulla qualità… Molto spesso invece il teatro italiano ha puntato sull’apparenza, su nomi privi di spessore e questo non fa bene al teatro.
Tutto ciò però non dipende dal pubblico perché per me ha necessità voglia e sete di teatro… Ma di quello buono.
C’è la crisi e se uno va a teatro è perché vuole un evento che gli lasci realmente qualcosa.
Spero quindi che anche nella testa degli operatori sia finita l’epoca del prodotto fine a sé stesso, perché il teatro ha bisogno di altro, di incursioni di diverso genere, non soltanto di soffermarsi su quella che era l’idea di teatro degli anni novanta.
Hai lavorato anche con Luca De Filippo che è recentemente scomparso… Ci puoi dare un ricordo di questo grande attore?
E’ stata un’esperienza meravigliosa; la sua scomparsa è stata una perdita incredibile; era una persona ed un artista straordinario; quando ho partecipato ai suoi funerali è stata una delle volte in cui è stato più chiaro il mio orgoglio di essere un uomo del sud ed in particolare di Napoli e di appartenere a una storia e a una cultura che ci invidia il resto del mondo.
Tutto ciò l’ho capito in un momento tristissimo che era il funerale laico di Luca, però mi è arrivata prepotente quest’immagine e lo ringrazio quindi molto.
Tra le tante cose sei presidente della Fondazione Teatro di Napoli… Ci puoi parlare di alcune delle vostre produzioni?
Andare a memoria mi resta un po’ difficile perché sono talmente tante quelle che facciamo…
Quest’anno abbiamo prodotto “Euridice e Orfeo” con la regia di Davide Iodice, con Michele Riondino e Manuela Fracassi; “Qualcuno volò sul nido del cuculo” con cui siamo stati in giro per sei mesi e riprenderemo l’anno prossimo con una tournèe più lunga con la regia di Alessandro Gassman; è stato uno spettacolo a dire la verità fortunatissimo per il tema e la modalità con cui viene raccontato e tanti altri progetti anche di drammaturgia straniera tra i quali “Some Girl(s)” di Neil LaBute che proponiamo da ormai tre anni, “Dignità autonome di prostituzione”che è stato più un nostro cavallo di Troia piuttosto che di battaglia nel senso che è un po’ grimaldello e ci ha consentito di far avvicinare al teatro un pubblico molto più variegato e giovane.
Spaziamo con tanti registi e attori senza tregua ma solo con grande curiosità verso i progetti.
Che tipo di spettacolo è “Arancia Meccanica”?
Io lo definirei “scostumato”, che richiede al pubblico nei primi dieci minuti un grande sforzo perché, come sappiamo, affronta temi quali la violenza e, in qualche modo, anche la droga; per i ragazzi chiaramente non è una giustificazione allo loro violenza ma è un di più.
Per i primi dieci minuti quindi il pubblico (insieme agli attori) è come se fosse sotto effetto di droga, deve superarli dopo essere stato shakerato da un mix di musica e azione; superato questo lasso di tempo si trova catapultato in una storia che tratta argomenti che sono assolutamente conformi ai temi trattati; parliamo di libero arbitrio, di violenza gratuita o meno che sia, di tematiche da cui (ahinoi!) siamo ormai assuefatti attraverso le cronache dei giornali.
E’ uno spettacolo in cui siamo riusciti teatralmente a dare un valore simbolico e forte alla violenza che è chiaramente il rischio sempre maggiore di quando fai teatro di questo genere.
Quali sono le principali differenze con la trasposizione cinematografica?
In teatro la violenza rischia sempre di essere o edulcorata o di risultare finta; non ci siamo minimamente confrontati con il film perché il teatro ha un altro linguaggio ed è questa la sua forza; la vittoria eventualmente sta lì, nel non sentire il peso di un caposaldo della cinematografia mondiale perché la storia viene affrontata da un punto di vista diverso, con altri mezzi; ormai siamo al terzo anno di repliche e ci sentiamo di dire che è una scommessa vinta; quello che dispiace è constatare come sia uno spettacolo che ha faticato molto a girare pur riscuotendo un grande successo ovunque perché i famosi operatori culturali, direttori artisti ecc hanno paura a presentare uno spettacolo così “forte nei temi” cha ha bisogno anche di un palcoscenico grande, per cui sono indispensabili grandi teatri.
Andremo anche all’Eliseo a Roma dopo essere stati a Trieste, al Bellini tre volte, a Padova… Luoghi dove il pubblico è abituato a vedere prodotti più “rassicuranti”; questo non è uno spettacolo rassicurante, non vuole esserlo, non potrebbe mai esserlo per la natura del tema…
Fa comunque piacere notare che ancora oggi nel 2016 con una violenza per strada che è superiore a quella raccontata da un romanzo degli anni sessanta ci si trovi di fronte a questa paura.
Io credo che gli operatori culturali nel rispetto delle proprie idee debbano comunque osare e cercare di portare l’asticella un po’ più su altrimenti il pubblico si appiattisce; questo è uno spettacolo che sicuramente, piaccia o non piaccia, cerca di portare l’asticella un po’ più su…
Tra i tanti che vi hanno lavorato c’è anche Morgan dei Bluvertigo che ha scritto le musiche…
Musiche che sono secondo me uno dei fiori all’occhiello dello spettacolo insieme alla scenografia e agli attori; toccare Beethoven non è facile; io non sono un musicista ma anche quando si parlava in fase di preproduzione del progetto uno dei temi più caldi era: “sì va bene, facciamo un bello spettacolo, senza i famosi nomi di grido che tanto ci chiedono in Italia ma una figura che abbia il carisma e la cultura musicale necessaria per mettere mano a Beethoven era necessaria e così c’è stato un plebiscito sul nome di Morgan che pur avendo difficoltà gestionali (perché è un personaggio molto sui generis) ha una conoscenza del mezzo musicale infinita e qui ha fatto davvero un lavoro straordinario.
Come diceva lui in conferenza stampa ha ridato virilità ulteriore a Beethoven e anche questa è stata una scommessa vinta; ascoltate e giudicherete voi stessi…
Hai mai lavorato a Pescara?
Sì ci sono stato almeno due / tre volte ma non ricordo bene in realtà…
Sicuramente mi è capitato di fare “Sogno di una notte di mezza estate” ; non ricordo se pure una “Filomena Marturano” con Luca De Filippo e Lina Sastri…
Purtroppo la testa ha una memoria da questo punto di vista un po’ ristretta perché deve fare spazio ai copioni teatrali…
Volevo chiederti del pubblico abruzzese e del tuo rapporto con esso… Ma se la memoria fa cilecca…
Ci torno sempre con piacere; L’ultima volta siamo venuti in zona con “La ciociara” e ricordo un pubblico molto attento e partecipativo; tuttavia questo è uno spettacolo diverso; voi ci attendete ovviamente al varco perché ci confrontiamo con un capolavoro del cinema ma anche noi siamo curiosi di vedere la reazione del pubblico; adesso siamo stati ad esempio a Savona (una delle città con l’età media più alta d’Italia) e sono rimasto colpito da come hanno reagito allo spiazzamento che genera questo spettacolo.
Cosa si deve aspettare il pubblico da uno spettacolo quale “Arancia meccanica”?
Sicuramente di riflettere a fine spettacolo su temi portanti del nostro essere e della nostra società; mentre lo vede deve essere pronto a confrontarsi anche con una lingua che può sembrare straniera; noi facciamo un uso del Nadsat (il linguaggio che aveva inventato Burgess, un misto tra russo e inglese e parte inventato, con cui i drughi si rivolgevano fra loro e anche agli altri) nettamente superiore rispetto al doppiaggio del film in Italia; Nel doppiaggio fu chiaramente abbandonato perché creava difficoltà a favore di un linguaggio molto più aulico; noi invece ne facciamo un utilizzo molto serrato; la cosa bella è vedere che poi alla fine o il giorno dopo su Facebook molti si scrivono utilizzando quel linguaggio.
Un saluto per i lettori di Ventonuovo.eu
Vi aspetto in massa al Teatro Massimo e viva sempre il teatro!


