di VALERIA SPIRLI’

La forza delle opinioni può essere l’unica via di salvezza quando la vita di un individuo viene minacciata dagli abusi di potere. Aladin Hussain Al Baraduni è la prova che se si vuole si può cambiare, scegliendo di vivere la propria vita e non accettare quella imposta da una società sempre più ingiusta e caotica dove l’essere umano non ha più valore.E’ in Italia da circa dieci anni e ha sempre vissuto a Roma. Nel 2004 quando abitava nello Yemen,insieme ai suoi compagni militanti, organizzava attività di propaganda antiregime contro Ali Abdullah Saleh,il capo del paese da oltre trent’anni. “Eravamo perseguitati, i poliziotti sparavano colpi sfiorando le nostre teste, non per colpirci ma per spaventarci. Io esprimevo il mio dissenso attraverso l’arte, dipengevo sempre problemi sociali che vedevo in giro, come una famiglia che dormiva per strada, una bambina che lavorava, opere che al regime erano scomode, così un giorno, mentre camminavo per strada di notte, mi hanno fermato e portato in caserma e praticamente mi hanno detto o cambi stile o te lo facciamo cambiare noi!”
I suoi sono quadri-denuncia, densi di impegno sociale e di storie di militanza. Esprimono una grande forza, quella che serve quando si decide di cambiare rotta, di seguire un destino incerto che rappresenta, molte volte, l’unica alternativa per poter rinascere nuovamente come uomo libero e pensatore. Eppure la sua vita nello Yemen non era difficoltosa, aveva una famiglia unita, un lavoro dignitoso presso il Ministero della cultura ed era anche riconosciuto a livello artistico in tutto lo Yemen. La sua storia non è solo contestazione al regime. La sua è una rivoluzione interiore che lo ha portato ad essere critico anche nei confronti della religione. In lui si scatena una violenta crisi spirituale che è terminata solo quando da mussulmano credente si scoprì ateo. “Era più forte di me, non accettavo l’idea che qualcuno mi imponesse di dipingere un paesaggio piuttosto che un senzatetto e inoltre iniziavo a dubitare della religione. Una domanda che mi facevo sempre era perchè l’uomo può sposare una donna e la donna no? fino a quando arrivi alla domanda più importante e cioè ma se c’è tutta questa ingiustizia allora io che ruolo ho nella società? E se fosse tutto un disegno politico che governa le nostre esistenze? Fu allora che tutte quelle domande che prima mi facevo ebbero una risposta: le riforme religiose servono al sistema politico per convincerci che la realtà è quella, le riforme stesse servono per giustificare il sistema politico e poi arrivi alla conclusione: il problema è la religione! Solo allora ho trovato la pace interiore perchè finalmente avevo capito chi ero, ero ateo e volevo essere libero di esprimere il mio pensiero.Così un giorno esclamai a me stesso: ho 27 anni, perché mi devo seppellire la vita! Devo ancora viaggiare, vivere, se rimango qualcuno mi uccide o mi taglia la testa perché non credo piu in Dio o perché bevo il vino o solo perchè dipingo ciò che mi piace;

Sapeva che non poteva dichiararsi ateo se non prima fosse arrivato in Italia.“ Maturavo sempre più l’idea di andarmene e così approfittai di un occasione.Partecipai ad un concorso che prevedeva un premio in denaro di 5.000,00 euro come migliore artista dello Yemen nel 2004.Preparai due dipinti, una tela ad olio raffigurante una bella ragazza vestita con gli abiti tradizionali yemeniti e l’altra uno spazzino che puliva le strade mentre camminava. In pratica feci un compromesso, sapevo che il Ministro della gioventù dei beni cultarali avrebbe scelto il primo dipinto, nonostante il parere contrario della giuria dei critici d’arte. Fatto sta che vinsi la somma di denaro che mi permise di realizzare il mio progetto, lasciare dei soldi alla mia famiglia che non avrei mai più rivisto e arrivare in Italia.”
Con un aiuto ricevuto dal Ministro della cultura, Khaled Al Ruaschan, Aladin riesce ad ottenere un visto turistico e arrivare a Roma, dove compie un gesto eclatante, strappa il certificato del premio firmato dal dittatore Saleh, facendo una foto prima e dopo e lo pubblica su you tube con una dichiarazione di scuse sia agli artisti che ai compagni attivisti per aver accettato il premio dal dittatore in persona, giustificandolo col bisogno di denaro. “Se mi fossi proclamato ateo nello Yemen sarei andato incontro solo alla morte e in effetti dopo aver messo il video su youtube facendomi un autontervista in cui dichiaravo di avere il diritto ad essere ateo, il parlamento Yemenita proclamò nel 2010 la mia condanna a morte e una taglia di 50.000,00 euro sulla mia testa. Ovviamente sul web esplose il delirio perchè ero il primo arabo che metteva la faccia e si dichiarava ateo pubblicamente. Dopo di me anche altri Arabi , Iracheni, Siriani che vivevano lì, hanno fatto la stessa cosa, i più senza mettere la faccia e li comprendo perché la conseguenza non è solo rompere con la società o rischiare di farsi ammazzare, ma la cosa piu’ forte da accettare è chiudere per sempre il rapporto con la tua famiglia e sentirsi dire non sei più nostro figlio!
Arrivato a Roma Aladin chiede subito asilo politico, il suo visto turistico vale solo sei mesi e i tempi burocratici per ottenere i documenti in Italia sono molto più lunghi, così quando, dopo un anno, gli viene comunicato che la sua domanda non è stata accolta, invece di presentare il ricorso, sceglie di diventare clandestino piuttosto che seguire la macchina burocratica che in effetti glielo rilascia dopo ben 5 anni. Preferisce guardarsi intorno, seguire il suo intuito che lo porta a conoscere i centri sociali, a frequentarli fino a creare legami solidi d’amicizia e conquistarsi un posto in cui non solo vivere ma anche lavorare. Diventa parte attiva dei movimenti dell’abitare, occupa insieme ai suoi compagni un ex pellicceria abbandonata da più di 25 anni, nel quartiere Centecolle di Roma, la puliscono, la ristrutturano, rifanno gli impianti elettrici e creano anche una biblioteca BAM (biblioteca abusiva metropolitana) autofinanziata attraverso eventi e presentazioni di libri.

“Se lo Stato sfratta una famiglia e la butta per strada senza dare una soluzione, se le case popolari ci sono ma non vengono assegnate, se è pieno di case abbandonate e fatiscenti, non vedo per quale motivo una famiglia con figli debba rimanere in mezzo alla strada, magari aspettando le promesse di nuove costruzioni e incrementando la politica del cemento e del business. Noi abbiamo scelto di occupare, eravamo una ventina di persone e adesso ognuno ha la sua stanza con la cucina in comune e la dignità che prima avevamo perso. Qui lavorando tutti insieme, siamo riusciti a creare una biblioteca che oggi dispone di 11.000 libri, una realtà così non c’era prima a Centocelle e noi l’abbiamo messa a disposizione di tutti, così come l’uso di internet e per mantenere queste iniziative gratuite e aperte a tutti ogni tanto facciamo qualche iniziativa, come una cena a prezzi popolari o presentazioni di libri con sottoscrizione libera e il ricavato lo mettiamo in cassa comune”.
Aladin si ritrova così a praticare l’attività politica che faceva al suo paese, ricostruisce il suo abitat naturale continuando a contestare il mondo Arabo, la situazione della donna, il problema religioso, le caste sociali, gli intoccabili. “Criticavo l’islam che io conoscevo bene, di quando ancora ero un beduino che credeva in Allah e seguiva la sua tribù con tutte le sue tradizioni, di quando camminavo per strada e le mie sorelle dovevano stare dietro di me e non potevano parlare. A casa erano loro che facevano tutto, una doveva servirmi il tè, un’altra doveva lavarmi i panni, l’altra mi portava l’acqua, certo ora arrivo a capire che le donne nello Yemen subiscono una ingiustizia allucinante per questo tutto quello che faccio è un modo per esprimere la mia condanna al popolo Arabo, senza inventare nulla ma riproducendo fedelmente i fatti che osservo dalla vita quotidiana e li trasferisco in un quadro o in un murales . Anche qui in Italia ho trovato una società prevalentemente maschilista, se guardo le pubblicità è chiaro che la donna viene sminuita attraverso l’uso del corpo, strumentalizzata e usata”.

Per Aladin, che mentre parla rispondendo alle mie domande dipinge sulla scrivania della biblioteca autogestita una maglietta nera, usando candeggina senza sbagliare una linea, è tutto chiaro. Non crede più nella sollevazione popolare per una società più giusta ne in Italia, ne nel mondo Arabo, ma crede fortemente nell’autogestione degli individui. L’autorganizzazione per lui è un atto rivoluzionario già in se. “ Ormai abbiamo capito che lo Stato non si può cambiare. Non ricordo quale scrittore disse: Il peggiore incubo è vincere la rivoluzione, perché una volta vinta ci sarà sempre qualcuno che vorrà riconquistare il potere, mentre nell’autogestione non esistono capi perché non esiste la gerarchia e questo posto ne è l’esempio. Da qui escono le lotte contro il fascismo, il diritto alla casa, tutte iniziative dal basso che contribuiscono a dare un valore aggiunto alla società, poi che il potere rimane rinchiuso nei palazzi è una cosa che non mi riguarda più. La mia arte non mira al successo istituzionale o ad entrare nelle gallerie, perchè penso che tutti hanno il diritto di comprare un opera d’arte a prezzi accessibili così come penso che i murales servano a riappropriarsi della memoria storica di un luogo in cui c’è stato un conflitto. Molte volte i miei murales vengono cancellati l’indomani come quello in cui dipingevo la scena di un militante NO TAV in conflitto con la polizia, oppure la guerriglia del 15 Ottobre a San Giovanni ma a me basta vedere la luce negli occhi che si accende in chi lo guarda e magari mi dice emozionato io c’ero! La mia arte è militante perchè distruba, rompe i silenzi e crea memoria storica”.

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Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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