di Elena Sparacino
“La valigia dell’attore” è il titolo di una delle più belle e note canzoni di un altrettanto noto cantastorie, Francesco de Gregori. Narra l’emozione della vita d’artista, su e giù dal palco: di quella marea interiore che ti piena e ti svuota in base alle lune, cittadino d’ogni porto ma alla fine senza mai radici. Una valigia che, Daniela Pobega, ha fatto un bel po’ di volte.
Triestina, brasiliana di sangue, un sorriso larghissimo; probabilmente, come spesso accade a chi presta il proprio corpo a dei personaggi, lascia loro anche un po’ della sua anima, e per quella nuova identità viene ricordato. Così pure anche Daniela forse suonerà agli appassionati del genere musical come Turchina in Pinocchio (musiche dei Pooh, per la regia di Saverio Marconi), o ancora di più come Nala nella versione spagnola di El Rey León, giusto per citare i titoli mediaticamente più immediati. Ed era proprio un giorno di giugno a Madrid quando incontrai per la prima volta questa energica performer. Mi accolse con naturale simpatia, premurandosi di domandarmi scusa se ogni tanto controllava l’orologio per tardare alle prove, con una gentilezza e un’umile semplicità che non verrebbe scontato attribuire a chi è abituato a stare alla ribalta sotto i riflettori. In realtà, quella ragazza mite e disponibile la vidi poi sul palco:
e intuii che lei pure, così come il suo personaggio, era veramente un po’ leonessa. Tre anni più tardi, ho domandato a Daniela se potesse concedermi un’intervista per questo quotidiano e lei, col consueto entusiasmo, ha accettato senza esitazione, non risparmiandosi a domande e curiosità. L’intervista è presto scivolata in una piacevole chiacchierata, ripercorrendo trasversalmente – attraverso la sua esperienza professionale – molte delle tematiche più inerenti il mondo del musical theatre. Potrebbe volerci un po’ di tempo, ma ne varrà sicuramente la pena.
- Dicono spesso che per avviarsi ad una carriera d’arte scenica si debba cominciare precoci, pena il rischio che sia “troppo” tardi; tu sei un esempio che sfata questo mito. Quanto conta l’età? Come ti sei approcciata al mondo del musical?
- In effetti, ho cominciato relativamente tardi rispetto ai ragazzi italiani che al giorno d’oggi hanno la possibilità di studiare nelle tantissime accademie che ogni giorno vengono aperte in tutte le parti d’ Italia. Per non parlare poi dei giovani performer inglesi ed americani che iniziano giovanissimi anche nella scuola primaria, ma questo già sì sa. Il mio primo lavoro teatrale è stato “Sogno di una notte di mezza estate”, nel 2004, con la regia di Antonio Calenda. Ho scoperto il musical grazie al Teatro Rossetti di Trieste che ha sempre ospitato questo genere musicale e il primo spettacolo che ho visto è stato “Lady Day” con Amii Stewart (il mio primo musical in assoluto è stato “Cats” a Londra nel 2000) e da lì ho deciso che volevo dedicarmi ed approfondire questo genere (io nascevo come cantante pop), cosa che ho poi fatto non appena ho conosciuto Shawna Farrell. Ai ragazzi, comunque, consiglio di iniziare a studiar il prima possibile per esser il più completi possibile.
- C’è qualche relazione tra il gospel e l’attività di performer?
- Ho avuto la fortuna di studiare e collaborare con Cheryl Porter in diversi progetti e concerti. La relazione tra il gospel e il musical… sicuramente le parole. Nel musical le parole sono molto importanti. Il pubblico deve capire cosa si dice, la storia che si racconta. E nel gospel le parole (anche se magari abbellite e decorate da “riffs”) sono parole rivolte a Dio. C’è un significato importante da trasmettere.
- In cosa pensi possa aiutare concretamente la formazione di un’accademia e/o scuola di musical? Tu come hai affrontato la famosa “gavetta”?
- La formazione in un’accademia la ritengo fondamentale per le basi. Anche se poi l’accademia non garantisce il lavoro… la gavetta è fondamentale per l’esperienza, perché la teoria senza la pratica non ha senso. L’ideale sarebbe avere entrambe. L’esperienza può aiutare a colmare le lacune di una formazione non accademica. Il mio percorso di gavetta è stato un percorso abbastanza naturale, nel senso che tutte le cose che mi sono successe, sono successe nel momento giusto e se le cose fluiscono naturalmente tutto è più facile.
- E per quanto riguarda i talent – crescente fucina di nuovi talenti da inserire in vari campi dello show biz – quanto sono pura vetrina e quanto effettiva palestra? Spesso, l’esubero di meteore sembrerebbe prospettare il rischio che, più che un’effettiva opportunità, questo fenomeno si possa rivelare uno specchietto per le allodole… Quanto conta la disciplina in anche in questo ambito professionale, e con quali caratteristiche imprescindibili?
- Mentre all’estero i talent come “American Idol”, “ British’s got Talent”, “The Voice” possono essere un trampolino di lancio per la carriera di un cantante, in Italia sembra invece sia la tomba degli artisti. Molte volte fanno un contratto di esclusiva per anni che poi li blocca (ma anche in Spagna ci sono stati dei miei colleghi che hanno avuto esperienze simili). Però io non condanno chi decide di fare talent in Italia perché ci sono delle produzioni italiane che prediligono personaggi televisivi per i propri musical e se la tv può essere un mezzo per poter lavorare di più, io non ne sono contraria affatto! La disciplina conta tantissimo. Noi lavoriamo con il nostro corpo, con la nostra voce. Un performer dovrebbe sempre stare in allenamento. E’ importante quella che si chiama “stamina”.
Torniamo al tuo lavoro. Hai fatto esperienza lavorando anche come cover: cosa significa in una grande produzione partecipare senza essere il protagonista alla ribalta? Cosa si impara dal lavoro più “in sordina” rispetto ai ruoli da protagonista?
- L’unica volta che sono stata cover è stato nel “Jesus Christ Superstar” della Compagnia della Rancia, con la regia di Fabrizio Angelini, dov’ero cover di Maria Maddalena. In Italia i cover non vanno quasi mai in scena, soltanto in occasioni estreme, quando il titolare sta male. All’estero (o con Stage in Italia, mi correggo) i cover hanno la possibilità di ricevere una preparazione, non dico come i titolari, però hanno delle prove pianificate, hanno un put-in, ossia degli show interi dove manca solo il pubblico, proprio per dare loro la possibilità di andare in scena sicuri. E inoltre con Stage ci sono le ferie (oltre alla malattia), quindi i cover hanno varie possibilità per interpretare il personaggio e poter andare in scena godendoselo e non solo preoccupandosi della performance. Nella mia unica esperienza da cover ho imparato che bisogna sfruttare ogni singolo minuto per rubare con gli occhi quello che l’attore principale fa. Diciamo che i cover sicuramente hanno la dote di arrangiarsi perché quando vanno in scena devono dare al pubblico lo stesso che dà un principal facendolo ogni giorno, però con meno tempo dedicato alla loro preparazione. Quindi evviva la prontezza dei cover.
- Hai appena terminato di lavorare in Spagna (Nala in El Rey León, Stage Entertainment España), e già proprio il lavoro ti ha spinto ora a partire nuovamente. Come vedi la situazione del musical in Italia al momento? In che termini la “fuga di cervelli” coinvolge anche il mondo dello spettacolo?
- Purtroppo con il termine “fuga di cervelli” dici molto della situazione del musical attualmente in Italia. Grazie alla mia fuga all’estero sono riuscita a lavorare per 4 stagioni di seguito. Dopo 3 anni e mezzo di spettacoli ogni sera, in Gran Vía (la via dei teatri spagnoli), non ce l’avrei fatta a starmene ferma a casa. Inoltre mi è stata data questa bellissima opportunità di fare il mio mestiere viaggiando. Questo è importante: poter vivere del nostro mestiere!!! E cosa c’è di meglio di questo? Ho accettato una crociera con MSC ed è la prima volta che lo faccio, nonostante ci siano moltissimi miei colleghi che lo fanno da anni. E mi sta piacendo molto. Purtroppo la fuga di cervelli in Italia in questo momento è necessaria perché nonostante gli infiniti sogni di noi italiani di poter lavorare nel mondo del musical e le infinite scuole che sfornano diplomati ogni anno, purtroppo ci sono pochissime produzioni dove impiegare tutti coloro che si dedicano a questo genere musicale. Come fa una persona a poter vivere di questo mestiere se ci sono produzioni che durano 4 mesi?! Mi piacerebbe ritornare a lavorare nel mio Paese (anche se mi farei ancora volentieri qualche esperienza all’estero) però la situazione deve cambiare. Io mi auspico sempre molto positivamente un ritorno di Stage.
- Flashdance ti ha vista seguita dalla regia di Federico Bellone, sebbene nel contesto di Stage Entertainment. Si tratta del tuo primo approccio con le loro produzioni: quali divergenze di metodo marcano le principali differenze palesi nella messa in scena di una trasposizione italiana rispetto ai lavori delle nostre compagnie nazionali?
- In Italia, una volta che si debutta, spesso si è un po’ lasciati in balia di se stessi. Con i team creativi esteri questo non succede mai e Stage in Italia ha un approccio ovviamente estero. Anche Federico Bellone ha sempre cercato di ispirarsi alla maniera estera nel curare uno spettacolo. Inoltre, sia all’estero che con Stage, una volta che il regista lascia il cast, la regia viene affidata ad un “resident director” che si occuperà di far rispettare le direttiva del regista in sua assenza, in modo che quando ritorni trovi uno spettacolo ancora fedele alle direttive iniziali. Perché si sa che con il tempo lo spettacolo si può sporcare.
- Quali sono i criteri di selezione in altri Paesi? Quali i canoni e le diverse competenze richieste, e in che misura tali esigenze fungono da sbarramento/ostacolo a chi da straniero voglia introdursi in un differente contesto artistico, di matrice internazionale?
- Il fattore lingua non è da sottovalutare e non è per nulla semplice. In Germania stanno lavorando tanti colleghi italiani, però per un ruolo principale prediligono sempre una persona madrelingua. In Francia forse funziona diversamente. Io ho avuto la fortuna di essere al posto giusto nel momento giusto, in un ruolo giusto per me.
- Mentre in Italia, per quanto riguarda le audizioni, quali sono i canoni e i criteri di completezza richiesti? E, per comprendere che ruolo assume davvero la meritocrazia, contano molto le conoscenze? Molto spesso, i nomi che si leggono sulle locandine sono quelli di circuiti che sembrerebbero chiusi…
- Devo essere sincera, non posso parlare male dell’Italia in questo senso perché il mio primo musical è stato “Pinocchio” della Compagnia della Rancia, dove sono stata scelta per il ruolo di Fata Turchina, per il quale ho preso il mio trenino da Trieste, mi sono presentata alle 9 di mattina al Teatro della Luna, non avevo idea di nulla e non conoscevo nessuno. Questo perché Saverio Marconi ha creduto in me e ha visto del potenziale. Nessuna raccomandazione, nessuna conoscenza. Poi, con l’arrivo di Stage in Italia (con Stage ho fatto “Flashdance” nel ruolo di Keisha) c’è sempre il team creativo che sceglie quindi non dovrebbero esserci problemi di raccomandazioni. Ma io parlo delle 2 produzioni italiane con cui ho lavorato. So che probabilmente ce ne sono altre dove lavora chi ha già lavorato e chi è amico dell’amico… ma sono sicura che tutto il mondo è Paese…
Come ti sentisti accolta all’estero – durante la vostra tournée tra il 2009 e il 2011 – uno show tutto made in Italy qual è Pinocchio?
- È stata una grandissima soddisfazione vedere come un prodotto tipicamente italiano possa essere apprezzato in tutto il mondo. Dalla Korea a New York. In Korea abbiamo ricevuto grande affetto ed un trattamento incredibile. A New York sono accorsi a vedere lo spettacolo sia italiani immigrati in America che americani ed il teatro era sempre pienissimo. “Pinocchio” è una storia molto sentita. C’è semplicemente da dire che è stato un grande orgoglio.
- E con l’Expo 2015, Pinocchio tornerà in scena. Qual è la tua opinione in merito alle questioni recentemente sollevate nel panorama artistico italiano in relazione alla manifestazione mondiale?
- Sono d’accordo che il teatro italiano dovrebbe essere maggiormente valorizzato ed infatti mi fa molto piacere che ci sia la ripresa di “Pinocchio” per un evento così importante, però mi fa anche piacere quando vengono importati prodotti internazionali perché sono un richiamo di pubblico e ci sono alcune forme di spettacolo da cui dobbiamo ancora imparare.
- In effetti, chi torna da un’esperienza di studio/lavoro ne esce sempre arricchito grazie alla possibilità di confronto… Tu cosa ti porti dietro dei performers con cui hai avuto a che fare e della professionalità estera?
- In Italia i performer non hanno assolutamente nulla da invidiare ai performer esteri. A noi mancano altre cose dietro, tipo produzione, struttura, solido team creativo. Però se ci sono dei performer che io stimo molto sul palcoscenico, nella mia esperienza personale sono gli africani. Gli africani sono talento puro (non hanno fatto scuole), ma non si risparmiano mai, esprimono gioia da tutti i pori mentre si esibiscono. Poi è stato fondamentale lavorare con gli americani perché ogni 4 mesi venivano a ripulire lo show per far sì che gli attori non ricadessero mai nell’automatismo. L’importanza di cercare e trovare sempre qualcosa di nuovo per divertirsi in scena e far divertire il pubblico. È tutto molto curato nei dettagli.
- Nel corso del tuo periodo spagnolo, c’è stata una significativa parentesi a Bologna, per portare in scena il musical Ragtime, vincitore di 4 Tony Awards: un ritratto storico che celebra una parte importante della storia americana, mostrandone però anche i lati più contradditori. Giudichi acerba la scelta di riproporlo per il pubblico italiano, forse ancora abbastanza freddo dinanzi all’impatto di importanti tematiche sociali fatte a musical?
- Ho avuto l’enorme fortuna di poter realizzare due dei miei sogni, appunto Nala e Sarah e senza dover rinunciare a Nala perché nel “Re Leone” avevamo diritto a un mese di ferie ad ogni stagione, quindi ho preso un mese di ferie e sono riuscita a far conciliare questi due importanti ruoli. Nala la conosco come le mie tasche e avevo la necessità artistica di fare altro e cosa c’era di meglio che interpretare Sarah in un musical stupendo come “Ragtime”. Inoltre era da tempo che aspettavo l’occasione per cantare in un musical più classico, anche se sempre con un background black, in modo da poter utilizzare la mia voce in una differente qualità vocale. Da noi la storia di “Ragtime” non è sentita come si potrebbe sentire in America, perché ci sono delle tematiche che noi italiani non abbiamo vissuto in prima persona, però sono sicura che se in Italia la pubblicità ed il marketing funzionassero meglio (ad esempio in Spagna funziona molto bene), anche questi titoli meno conosciuti potrebbero arrivare al grande pubblico, che in questo modo si educherebbe anche all’arrivo di altri titoli rispetto a quelli sempre in auge in Italia. Grazie a Shawna Farrell, Gianni Marras e Il Teatro Comunale anche in Italia vengono prodotti dei musical non scontati, di qualità che purtroppo una minuscola fetta ha possibilità di conoscere perché, al di là della pubblicità che ho già detto in Italia è fatta male, il passaparola funziona ma nel momento in cui si diffonde, lo spettacolo ha già chiuso.
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Prima Nala in El Rey León, contemporaneamente Sarah in Ragtime; quanto le caratteristiche fisionomiche in teatro, specie in ruoli particolarmente iconici, influiscono come effettiva discriminante/vincolo nelle possibilità lavorative di un attore?
- Nel musical theatre il cosiddetto “fisique du rôle” ha sempre contato. Per un’attrice con le mie caratteristiche da un lato ci sono meno ruoli da poter interpretare però, dall’altro, c’è meno concorrenza. Però è da un po’ di tempo che alcuni ruoli prima riservati solo a persone di colore (mi vengono in mente in particolare 3 titoli) sono ora stati aperti anche a persone con caratteristiche caucasiche. Allora, non mi resta che dire che, mi auspico che anche i ruoli per persone caucasiche siano presto aperti a persone di colore!
- Il mestiere dell’attore, a riflettori spenti: in che misura è possibile per un performer conciliare i ritmi e le trasferte professionali a una vita privata?
- Sappiamo che noi abbiamo fatto una scelta di vita. La vita da artista spesso porta a solitudine, a orari sballati. Finché uno non ha una famiglia da mantenere o dei legamenti determinati è più libero di viaggiare, poi invece, quando non si è più soli, certe scelte vanno fatte anche pensando a chi si lascia a casa. La cosa positiva dei long-running show, (che purtroppo non abbiamo in Italia!), è che c’è la stabilità di un lavoro “normale” e quindi c’è la possibilità di avere una propria vita che non va in conflitto con il proprio mestiere (e lo spettacolo è considerato un mestiere!!!).
- Qual è il ruolo/spettacolo interpretato negli anni a cui – a prescindere della sua rilevanza oggettiva – più sei rimasta sentimentalmente legata, e come mai?
- Al momento sono ancora molto legata a Nala. L’ho interpretata ogni giorno per 3 anni e mezzo. E’ il mio sogno realizzato. E’ inevitabile sia quello con cui mi identifico di più e che ho amato di più e che conosco di più. L’ho amato alla follia. Però ci sono persone che ancora dopo tutti questi anni mi scrivono su Facebook e mi identificano con Turchina e questo significa che qualcosa di me è rimasto in Turchina e sono sicura che un po’ di Turchina sia rimasta in me. Ma in realtà ho amato tutti i miei ruoli (infatti uso mettere in camerino le foto di tutti i ruoli da me interpretati). Keisha mi ha dato una soddisfazione pazzesca e non mi sono mai divertita tanto come interpretando questa ragazza del Bronx che cerca di essere raffinata a modo suo e per la prima volta ho tirato fuori un lato un po’ comico di me, perché normalmente preferisco i personaggi drammatici. E poi c’è stata Sarah. Sarah l’ho amata quanto Nala ma è durata troppo poco. E’ stato breve ma intenso.
- Che rapporto hai invece con Trieste, la tua città, e col Rossetti, tuo palcoscenico di debutto?
- A Trieste e al Rossetti ci ritorno sempre con molto entusiasmo ed affetto perché è il posto dove tutto è cominciato. Infatti non appena ho finito il “Re Leone”, a dicembre, sono ritornata a Trieste per un mese, prima di ripartire, e sono immediatamente andata a vedere “La Famiglia Addams” e “Jesus Christ Superstar”. Quando un performer non lavora, è sempre bello poter andare in un teatro di fiducia, sedersi in platea e farsi trasportare dagli attori nella storia. E senza la deformazione professionale di alcuni colleghi che vanno in teatro solo per criticare, ma godendo la magia da pubblico.


