di Francesca Papagni

Passa la nave mia colma d’oblio
per aspro mare, a mezza notte il verno,
enfra Scilla et Caribdi; et al governo
siede ‘l signore, anzi ‘l nimico mio.                                        4

A ciascun remo un penser pronto et rio
che la tempesta e ‘l fin par ch’abbi a scherno;
la vela rompe un vento humido eterno
di sospir’, di speranze et di desio.                                          8

Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni
bagna et rallenta le già stanche sarte,
che son d’error con ignorantia attorto.                                 11

Celansi i duo mei dolci usati segni;
morta fra l’onde è la ragion et l’arte,
tal ch’io incomincio a desperar del porto.                           14

In questo sonetto – che nella redazione cosiddetta Chigi del Canzoniere (1359-1363) costituiva parte di un trittico dedicato al tema del viaggio – Petrarca utilizza la metafora della navigazione per indicare il suo percorso esistenziale e poetico. Qui la navigatio marina, più che la peregrinatio terrestre, consente al poeta di rappresentare il proprio travagliato mondo interiore, la cui condizione non è quella dell’andare ma del fluttuare; lungi dall’approdare a una meta sicura, la navigazione conduce la nave dell’io a una condizione di possibile naufragio.
Come rivela tra l’altro il riferimento ai mortali scogli di Scilla e Cariddi (al v.3), Petrarca assume le sembianze di un Ulisse navigatore, che rende imprescindibile il riferimento al precedente dantesco. Tuttavia la navicella dell’Ulisse di Dante forza le colonne d’Ercole, rendendo il viaggio espressione della sete indomita di conoscenza dell’uomo che volge il proprio sguardo intellettuale verso l’esterno (l’idea della sapientiae cupido di Ulisse compare per la prima volta nel De Finibus di Cicerone). Al contrario la nave dell’Ulisse-Petrarca compie il proprio itinerario verso l’interiorità, e non consegue nessuna conoscenza, non giunge a nessuna certezza: spalanca, piuttosto, gli abissi all’ignorantia (al v.11: il vocabolo compare solo in questo punto del Canzoniere, e per di più accanto ad errore, termine programmatico della poesia petrarchesca). Oblio, errore, ignoranza sono le forze irrazionali che governano il viaggio esistenziale del poeta, in balia del dispotico amore che tiene saldo il timone della sua barca. Errore, poi, trova qui il proprio valore etimologico più pieno e si identifica con lo stesso errare della nave petrarchesca senza rotta, piccolo vascello di un naufrago le cui fragili parti (vela, sarte) sono esposte a una tempesta di elementi che diventano tutt’uno con le forze emotive del poeta: il vento dei sospiri, la pioggia delle lacrime e la nebbia degli sdegni (vv.8.-9). Si ricorda che anche Dante nel canto I dell’Inferno (vv.22-27) propone una metafora per designare la situazione di chi – lui stesso – si era trovato a un passo dal medesimo naufragio-morte di Ulisse. Nel caso di Dante però interviene un fatto provvidenziale che lo porta a invertire la rotta. Per il Petrarca protagonista di Passa la nave mia, invece, questo intervento provvidenziale non vi è stato. Nel prologo della Commedia il protagonista ha superato il rischio di naufragio e può guardarsi indietro con la rasserenante consapevolezza di esserne ormai fuori; al contrario, nel sonetto petrarchesco il poeta si trova nel pieno del pericolo, con una salvezza che appare lontana e problematica da raggiungere. Pertanto, si potrebbe quasi dire che il mito-modello di Ulisse sia molto più vicino alla realtà di Petrarca che a quella di Dante: se Dante appare anzi una sorta di anti-Ulisse, Petrarca vede rispecchiata nell’eroe greco la propria condizione di errante senza meta e pace.
Un’ultima considerazione merita la terzina finale del sonetto, ove l’assimilazione degli occhi dell’amata alle stelle che indicano la rotta al navigante rende meno coperta l’allusione alla figura di Laura, implicita sino a quel punto. È l’assenza di Laura a essere in realtà lamentata per tutto il componimento, ed è questa assenza che provoca lo sviamento gettando il poeta in balìa delle passioni; oppure il riferimento al celarsi delle stelle può sollevare un dubbio circa la possibilità che tali stelle (gli occhi di Laura) sappiano guidare l’io del poeta-uomo Petrarca verso la patria celeste. Secondo quest’ultima ipotesi, il sonetto descriverebbe non solo un momento culminante di crisi del rapporto amoroso fra il poeta e la sua donna, ma soprattutto l’affiorare di un contrasto fra passione amorosa e ideale religioso. In ogni caso la permanente ambiguità fra queste due ipotesi è densamente evocata dalla locuzione colma d’olbio (v.1): l’oblio ha infatti nel Canzoniere un valore duplice legato all’esperienza amorosa, potendo indicare tanto una condizione quasi estatica (di perdita di memoria) causata dal fin’amor, quanto lo stato di letargo spirituale e malinconia accidiosa prodotto dal fol’amor.

Francesca Papagni

Sono Francesca Papagni, studentessa di Lettere, e scrivo di arte, musica, letteratura, teatro, non a caso le mie più grandi passioni. Sono alla continua ricerca di una personale «folle condizione ideale» per evadere da quell'immobilismo ristretto che pervade talvolta la realtà. La mia vita è un filosofico mix tra un film alleniano e un quadro escheriano: frenetica, sottosopra e in bianco e nero. Sensibile e riflessiva, a volte prolissa ed enigmatica, ironica e sarcastica al punto giusto, sogno di poter lavorare un giorno nell'immenso mondo dell'"Ars Litterae", adattandomi a qualsiasi sfaccettatura professionale ad essa correlata, per condividere con gli altri quel senso di «curiositas» che muove il mondo.

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