Siamo nati in Italia, non importa quando; sappiamo che all’estero la prima cosa che ci identifica è la nazionalità, tra le più ‘celebri’ al mondo, prevalentemente per la diffusione che abbiamo avuto nel corso della storia (l’italiano si è diffuso tantissimo, soprattutto durante/dopo le due Guerre Mondiali che hanno portato tantissimi a fuggire dal Paese per cercare fortuna all’estero) ma buona parte della ‘notorietà’ italica è dovuta agli stereotipi, non sempre errati, che ci portiamo dietro.
È ferma ai primi decenni del ‘900 la visione dell’Italia (e dell’italiano medio, Maccio Capatonda docet!) che possiamo trovare esplorando il mondo; mafia, mandolino, cibo, belle donne, ma eccessivamente gelosi. Ho già detto mafia? Ah, ecco…
Un’immagine con la quale siamo costretti a convivere e di cui dobbiamo assumerci gran parte della colpa/responsabilità per quello che gli studiosi sono stati costretti a ribattezzare “ANTI-ITALIANISMO“, corrente di discriminazione nei confronti degli italiani nel mondo e dei loro usi e costumi (veri o presunti che siano).
Come tutte le discriminazioni, c’è alla base un pregiudizio di natura etnica: il modo più semplice e doloroso per prendere in giro qualcuno è schernirlo per le sue fattezze fisiche, sulle origini e le sue presunte “caratteristiche razziali”. Come ci chiamavano, quando migravamo? Cani da banchina, per esempio! Mangiapolenta, in Svizzera, i Chianti (ossia ‘gli ubriaconi’), i dago, i dago negri nei paesi anglosassoni; maccaroni, mafia-mann (i mafiosi, in Germania). I nabos, testa unta, mangiaspaghetti, Guinea, pipistrelli. I rospi. “Shitalian” negli USA. Ecco, siamo noi. Gli italiani. Quando eravamo migranti. Ma l’abbiamo dimenticato, forse… Oggi l’italiano medio è identificato con i tamarri che si vedono su MTV, ad esempio.
Saltando a piè pari i pregiudizi legati all’alimentazione (pasta, pizza, cannoli, polenta) sono i comportamenti-chiave degli italiani a portare disprezzo e suscitare l’ironia dei ‘padroni di casa’: dai sondaggi è emerso che siamo inefficenti, senza progetti di vita, con amministrazioni lente e lungaggini burocratiche inutili. Siamo più legati al nostro aspetto fisico e all’esaltazione di noi stessi che non al lavoro che dovremmo svolgere; in poche parole siamo disorganizzati, nullafacenti cronici e traditori, termine che i tedeschi ci hanno affibbiato durante la Seconda Guerra Mondiale, sostenendo che fossimo refrattari alle regole ed alla disciplina, considerandoci in termini poveri dei ‘voltagabbana’.
E ci sarabbe una quantità ineguagliabile di parole spese sul nostro conto… ma al contrario di quel che si pensa, il bambino picchiato dal bullo diventa bullo a sua volta, portandosi dietro (cattive) idee e pregiudizi. Oggi ce la prendiamo con i migranti, assassini e ladri, e pensiamo che non ci sia criminalità al di là dei confini del Paese. Insultiamo chi arriva qui in cerca di aiuto e fuggendo dalla guerra.
Ne critichiamo abbigliamento e alimentazione.
Siamo abituati a pensare male di quel che abbiamo accanto e siamo ignoranti (nel senso fornitoci da Aldo, Giovanni e Giacomo, ossia “che ignoriamo!“) come in realtà stia prendendo piede un allarmismo legato non tanto all’atto in sé, ma alla nazionalità dell’individuo che lo compie.
E con ciò, ci stiamo tirando addosso grandi errori di valutazione: siamo dei commercialisti sociali/morali e moralisti (!) che usano una calcolatrice rotta e non sanno fare le moltiplicazioni.
Da una recente ricerca, è stato dimostrato come il nostro sia il Paese che ignora la reale portata di alcuni fenomeni, quali appunto la presenza di immigrati violenti ed assassini: nel nostro Paese si crede che il 30% della popolazione sia composta da immigrati (in realtà è il 7%), che il 20% siano musulmani (ma sono appena il 4%), che il 48% siano over 65 (quand’è solo il 21%). E che quasi tutti siano efferati assassini.
Ora fermiamoci e guardiamoci intorno.
Le nostre auto sono tedesche, la vodka è russa, la pizza è italiana ed il kebab è turco; la nostra democrazia è di origini greche, il nostro caffè è brasiliano! I nostri film sono americani, le nostre magliette vengono dall’India e il petrolio che muove le nostre auto è estratto in Arabia Saudita.
Abbiamo numeri arabi e usiamo lettere latine.
E c’è ancora qualcuno che ha paura del proprio vicino?

