di Elena Sparacino
La celeberrima “Setta dei Poeti Estinti” annovera da oggi un Poeta Estinto in più: l’attore statunitense Robin Williams è stato trovato morto a 63 anni nella sua casa della contea di Marin, in California, causa asfissia che secondo il medico legale della contea si presume essere stata autoindotta.
Secondo una comunicazione diffusa dalle autorità: «L’11 agosto 2014, approssimativamente alle 11.55, l’ufficio delle comunicazioni della Contea di Marin ha ricevuto una chiamata al 911 che diceva che un uomo adulto era stato trovato incosciente e senza respiro dentro la sua casa a Tiburon, in California. […] L’uomo, dichiarato morto alle 12.02 (22 ora italiana, n.d.r.), è stato identificato come Robin McLaurin Williams, di 63 anni e residente di Tiburon, California.»
L’attore era stato visto per l’ultima volta verso le ore 22 nella casa che condivideva con l’attuale moglie, la graphic designer Susan Schneider (sposata nell’ottobre del 2011), che in una nota ha dichiarato straziata: «Questa mattina ho perso mio marito e il mio migliore amico, e il mondo ha perso uno dei più amati artisti e uno dei più belli esseri umani. Sono completamente distrutta. A nome della famiglia di Robin, chiediamo che venga rispettata la privacy in questo momento di profondo dolore. È nostra speranza che l’attenzione non sarà sulla morte di Robin, ma sugli innumerevoli momenti di gioia e sulle molte risate che lui ha provocato in milioni di persone.»
Per informazioni più certe in merito al sospettato suicidio risulteranno necessarie ulteriori indagini e test tossicologici; certo è che in passato Williams aveva sofferto di problemi legati all’abuso di alcool e droghe, rientrato di recente in un centro di riabilitazione del Minnesota per “perfezionare la sua sobrietà”, secondo il il Los Angeles Times. Non nuovo a questa rovinosa spirale, negli anni ottanta Williams fu presente alla tragica sera in cui John Belushi, suo grande amico, morì ucciso dall’overdose infertagli da una dose di speedball iniettatagli da Cathy Smith, tossicodipendente e spacciatrice. Parallelamente all’uso di stupefacenti, la sua condizione di salute si aggravò nel marzo 2009 in seguito ad un malore, per il quale dovette rinviare ben quattro date del suo one-man show “Weapons of Self-distruction” (“Armi di Autodistruzione”), fino a essere ricoverato in terapia intensiva e sottoposto a un’operazione di sostituzione della valvola aortica.
A 22 anni è stato ammesso alla scuola di recitazione della Juilliard di New York, una delle più prestigiose scuole di arte e spettacolo al mondo, che ne aveva forgiato e incentivato il carattere istrionico e dirompente: Robin Williams era impeto, Robin Williams era dinamite. Se consentito, era un uomo dai mille volti. E no, non si dica che “dopo la morte sono tutti bravi a parlar bene”; possedeva un dono che solo pochi, tra cui anche il sottostimato Jim Carrey (lui ancora vivo, non aspettatene il decesso per riconoscerne il genio!), garantiscono con brillantezza, ovvero l’eclettismo. Una parola così antica, così nobile, che tanto si confà all’arte in quanto tale: quella capacità – così rara all’essere umano corrotto dal razionalismo – di spaziare attraverso infiniti orizzonti, in un iperuranio di fantasia animato da emozioni piene in grado di mutare con mutabile nonchalance dall’ira al dolore, fino nuovamente al riso più ilare. Della capacità di far ridere il pubblico, Williams ne trasse una carriera: dopo gli studi intraprese la perigliosa strada dello stand up comedian, ottenendo in seguito ruoli in serie televisive tra cui Happy Days e Mork & Mindy fino a raggiungere la fama come attore cinematografico, con film noti come Flubber (con la Disney collaborò anche per numerosi altri progetti d’animazione, tra cui figurano il doppiaggio del Genio in Aladdin), Mrs. Doubtfire e Will Hunting, genio ribelle – per il quale vinse nel 1997 l’Oscar per la categoria Miglior Attore Non Protagonista).
Dalle performances più brillanti a ruoli così scavati da lasciare dei solchi dentro al cuore, l’espressività di Williams ha sfiorato la sensibilità degli adulti e cresciuto generazioni di giovani uomini e donne, che con commozione oggi rammentano come tornare a credere nel “tragico bambino” Peter Pan in Hook una volta cresciuti, il “Carpe Diem” sussurrato ne L’Attimo Fuggente, quelle quattro dita in Patch Adams che in realtà sono otto; il dolore per scoprire il riscatto, nella maggioranza dei suoi film (non solo prettamente comici) lasciava un messaggio di redenzione alla riscoperta della propria anima più intensa, un bambino da liberare e far brillare attraverso la luce che traspariva dagli occhi dell’attore: sostanzialmente, un accorato inno alla vita.
A riprova del fatto che la vita reale spesso prescinde da quella in celluloide, da tempo coinvolto in una sofferta lotta contro la depressione Robin Williams ha perso quella luce che accendeva il suo pubblico, in un’aura che i suoi parenti (la moglie e i tre figli, avuti da due compagne passate) domandano essere di silenzio, privatezza e rispetto. A discapito della retorica, qua ci piaccia ricordarlo ascoltando in silenzio “il trionfo” del suo professor Keating, accompagnato dalla lettura intima – e affettuosamente velata d’amarezza – del passo di Thoreau da lui reso celebre attraverso la bocca di quell’immortale “mio Capitano”:
Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici. (Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei Boschi, cap. II, 1988, pp. 152 sg.)




