di Elena Sparacino
Il titolo inglese (come sempre ben più efficace, cosa gli prende ai traduttori italiani?) è “The other woman”, e già l’idea fa trillare un campanello biologico nella testa di tutto il genere femminile, pronto a rizzare le antenne. “L’altra donna” è quella che minaccia il proprio ‘territorio’, “l’altra donna” come nemica innata, “l’altra donna” come quella che arriva e – consapevole, la vipera – viene per privarci di ciò che è nostro.
Così, la commedia diretta da Nick Cassavetes ipotizza un twist gettandosi senza paracadute sulla teoria relativista: qual è l’altra donna? Quella non inclusa dal diritto civile o, molto più istintivamente e a prescindere, quella che ‘subentra’? E se un’amante non fosse a conoscenza della consorte legittima, non sarebbe l’apparizione di questa a minare un rapporto che si pensava tale, entrando in scena come “l’altra donna, di cui io non sapevo nulla e che ora viene per riprenderselo”?
La storia inizia nel più americano dei modi, con una glamourosa sessione di sesso occasionale tra gli attraenti e rampanti Carly (Cameron Diaz, e che ve lo dico a fare), avvocato di successo, e Mark, consulente d’affari; come da copione, la storia tra i due si fa però seria, fino a quando Carly – nel tentativo di sorprendere piacevolmente l’amante – scopre l’esistenza di Kate (Leslie Mann), la mogliettina devota e insicura lasciata ai lavori domestici fuori dalla City, e crolla il castello di bugie che Mark aveva costruito, fino a non volerne più sapere. Kate però – in un atteggiamento che potremmo definire tutt’altro che naturale – isolata da tutti, decide di trovare proprio nella determinata (ormai ex) amante del marito un’amica, fino a quando le due, ferite nell’orgoglio, scoprono una terza donna: la giovane Amber (una prorompente Kate Upton), circuita e ammaliata dalle menzogne dell’uomo. Confusi, vero? Io sì, e parecchio.
Da questo triplice incontro scaturisce un’alleanza, motore del film, volta ad ‘annientare’ il bugiardo (ignaro della loro complicità), in un prevedibile can can di gags, dipanando la matassa fino alla conclusiva punizione dell’antagonista – puntuale e retorica come piace agli spettatori in cerca di relax cerebrale.
Piacevole commediola di stampo a stelle e strisce, non nega le dovute risate a nessuno in sala, rivelandosi come da aspettativa sulla lunghezza d’onda delle reduci del femminismo pop-culture in stile Sex and the City. Vagamente ampolloso fino al termine, a peccare è forse di brillantezza, rientrando nell’etichetta dei tipici blockbuster ‘acchiappapubblico’ (commedie curate negli accessori e nella campagna promozionale, ma non nella trama). Il filo logico non risulta spesso ben strutturato né ripartito, l’intreccio appare povero ma comunque confuso al di là delle singole battute, e il finale esagerato del “le donne siamo noi e abbiamo il potere” scade – in questo caso indebitamente – nella comicità spicciola della scenetta visiva e per lo più isolata dal contesto.
È questa forse la più grande pecca della nuova deriva assunta dai chick flick, termine slang che da un paio di decadi viene utilizzato in riferimento a quel genere cinematografico che si occupa principalmente di amore e romanticismo, ideato per rivolgersi a un target soprattutto femminile. Sebbene, infatti, molti tipi di pellicole vengano indirizzati al pubblico delle compiaciute signore più o meno attempate che siano, “chick flick” tende a denotare solo film particolarmente intensi dal lato emotivo, o che trattino le diverse tematiche (non solo prettamente romantiche) inerenti le relazioni in genere. Il New York Times etichettò questo modus operandi “più un gioco di società che una scienza”; elementi ricorrenti includono una protagonista femminile, l’implicazione di una tematica del colore rosa (con allusioni metaforiche del colore), romanticismo e/o incontri a base di storie. Tacciato inizialmente di convulsa frivolezza, questo genere ha nel tempo saputo aprirsi una breccia non solo grazie ad un appeal innato sulle donne, ma anche come rivoluzione nel panorama cinematografico, percorrendo una strada inedita spianata dal succitato SATC e segnata da grandi best seller ed eroine indomite come l’intramontabile Bridget Jones (Elizabeth Bennet moderna), che hanno contribuito a rafforzare e rivalutare l’immagine indipendente delle donne, sessualmente disinvolte o zitelle che siano, libere di vivere la propria essenza senza scadere in stereotipi.
Proprio in stereotipi pare però di recente spesso cadere il filone stesso, ritorcendosi su poco curati adattamenti di topoi a base di estrogeni; così pare in questo caso, dove la mano delle donne (soggetto e sceneggiatura di Melissa Stack, prodotto da Julie Yorn) si è trasformato in uno scivolone commerciale da misera sufficienza su IMDB, risollevato dalla presenza di volti noti e di Cameron Diaz, palese perno dell’azione. Non sarebbe tuttavia la prima volta che questa forma di ‘autarchia femminista’ esagera fino a inficiare la buona riuscita di un genere già insospettabilmente complesso e delicato come la commedia ben fatta; basti menzionare, indietro nel tempo, Miss F.B.I. – Infiltrata speciale (2005) – sequel di poca risonanza costruito sulla convinzione che “non serve un uomo perché una donna sappia far ridere o essere interessante” – o The Women (2008, girato, sceneggiato e prodotto da Diane English su un soggetto di Anita Loos e Jane Murfin): nato con l’idea di una pellicola tutta al femminile, sia dietro che davanti la cinepresa (un’ora e mezza senza traccia fisica di un uomo, nemmeno tra le comparse), fa agognare fino all’ultimo minuto l’arrivo insperato di un colpo di scena che risollevi il piattume delle continue catfight.



